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domenica 16 ottobre 2016

IL TUFFO

Le vetrate alte fino al soffitto lasciavano intravedere un cielo azzurro, luminoso, mentre l'eco delle grida di gioia e degli schiamazzi rimbombava assieme al rumore dei tuffi e dei giochi in acqua. La piscina era grande, gremita di ragazzi e ragazze, bambini ed adulti che si godevano il piacere di nuotare, di scherzare schizzandosi. Molti bambini portavano braccioli galleggianti arancioni, gialli, azzurri, qua e là una ciambella col collo di papera. A Cambridge in agosto il tempo era bello e l'aria calda come poteva esserlo in una città inglese, per me che venivo da Roma ed ero un ragazzino abituato al Mediterraneo. Me ne stavo seduto sul bordo della piscina, guardandomi attorno in un misto di solitudine e timidezza, ciondolando le gambe nell'acqua, la mia brava cuffia che strizzava le orecchie un po' a sventola. L'odore del cloro, che sarebbe diventato per me un profumo solo anni dopo, quando a forza di ginnastica, chilometri di vasche e partite a pallanuoto mi sarebbero venute due spalle da armadio e quadricipiti massicci, mi riempiva le narici. Allora sorvegliavo con disappunto i miei rotoletti di ciccia, indeciso se entrare in acqua, tuffarmi, provare a fare una vasca in apnea. Non avrei saputo dirlo, all'epoca, ma stavo chiaramente manifestando il mio carattere irresoluto.

Dell'acqua non avevo paura e sebbene non sapessi nuotare, sapevo stare facilmente a galla e muovermi, per quanto facendo un mucchio di schizzi e di movimenti inutili. L'acqua mi era sempre piaciuta: quando andavamo con papà sul canotto, per seguire con mia madre le sue immersioni con bombole e muta e fucile, o le sue escursioni di fotografo subacqueo; quando facevamo il campeggio libero da giugno a settembre alla Frasca, vicino Sant'Agostino, ed io passavo interminabili pomeriggi, pieni di cicale ed aghi di pino, standomene ammollo a cercare conchiglie, a piazzare brandelli di rete, a dare la caccia ai granchi ed ovviamente a farmi urticare dalle attinie, oltre che a bruciarmi le spalle e dover portare l'immancabile, fastidiosissima maglietta, ché all'epoca mica c'erano le protezioni solari; e poi adoravo andare a ritirare le reti con mio padre, quando ci alzavamo alle quattro del mattino, mentre stava per sorgere il sole, e tiravamo in barca le reti messe illegalmente, piene di pesci - una volta beccammo pure una verdesca! -, ragni di mare, crostacei, e facevamo colazione coi pescetti vivi da mangiare come fossero biscottini, con quel delizioso sapore di fresco, oppure succhiando vivi i granchi che catturavamo, ma era difficile aprirli, per quello ci volevano le mani di papà.

Sul bordo di quella chiassosa piscina dove cadevano obliqui i raggi del sole, io esitavo. Alla fine, spinto dall'età che pare avere una sua dinamica intrinseca, fatta di chimica ed ormoni, mi lasciai scivolare in acqua. Era dolce, come lo è sempre stata la sensazione che mi dà l'acqua delle piscine, e colorata. Il fondo di colore azzurro, sul quale appena toccavo, digradava da un'estremità della vasca - quella più ampia dove si affollava la gran parte delle persone - in cui si potevano poggiare i piedi, verso l'estremità opposta, dove il livello era molto più profondo, tanto che anche il colore dell'acqua pareva più scuro. E da quel lato, investita alle spalle dalla luce, si stagliava, con tre trampolini su differenti livelli, la struttura dalla quale ci si poteva tuffare. Molto al di sopra dell'ultimo trampolinio, una pedana permetteva di lanciarsi nel vuoto per tuffi davvero mozzafiato. Io galleggiavo e la guardavo controluce. Ai suoi lati c'erano le scale per raggiungere i vari settori ed erano un brulicare di ragazzini che salivano per poi fiondarsi in acqua, chi di testa chi in piedi, da ciascuno dei trampolini. Molti di loro, addirittura, salivano sulla pedana lassù in cima e piombavano in acqua, a me sembrava, come dei proiettili. Mentre saltavano e scendevano giù, li udivo gridare di gioia e ne rimanevo affascinato e tentato. Potevo farlo anche io, certo... però avevo paura, mi sembrava così, di avere paura. Mi sbagliavo.

Mi immergevo ogni tanto, poi sbracciai da un lato corto della vasca all'altro. Insomma, ci stavo girando attorno, ma volevo tuffarmi. Così, spinto da un senso di rivalsa contro la mia paura, mi avviai svogliatamente verso i trampolini. Il primo era accessibile. Feci qualche tuffo, ma non era quello che volevo, quel tipo di tuffi li facevo anche alla piscina che c'era sui monti Martani, vicino il paesino di mia madre dove trascorrevo le vacanze quando non andavamo al mare. Il massimo che poteva capitarti era di dare una sonora panzata, ma niente di veramente pauroso. Invece lassù... e alzavo la testa guardando la pedana - da là sotto sembrava veramente altissima, stagliandosi nera contro il cielo che strabordava dalle vetrate. Mi muovevo distrattamente, avvolgendomi nelle mie esitazioni, per avvicinarmi al terzo trampolino. Ma non riuscivo a salire direttamente lì. Feci infatti un tuffo così, senza pensare, dal secondo. Volevo dare a vedere che quello era troppo basso e che io potevo tuffarmi da più in alto. In realtà anche quell'unico tuffo, concluso malissimo, mi aveva lasciato con la panzetta che bruciava. Di tutto questo aggrovigliamento che stavo portando avanti, ovviamente, nessuno se ne fregava, com'era normale che fosse. Cominciavo a sentirmi sempre più distante da tutto quello che mi circondava. Il riflesso delle onde riluceva sul soffitto dell'edificio e sulle pareti bagliori soffusi mi confondevano. I suoni s’impastavano fra di loro in un brusìo indistinto. Quando ero sul terzo trampolino, guardai giù. Era già un'altezza notevole, ma buttandomi in piedi, forse... Non ricordo più se mi tuffai da lì o meno. Conservo invece l'immagine indistinta della visione del parco di là dalle vetrata che cambiava prospettiva, come se potessi guardarlo, piano piano, da più in alto; stavo salendo la scaletta fino alla pedana in cima.

Mentre ero lì, venivo sorpassato gentilmente da tutti quelli che si tuffavano. Non che si gettassero a scapicollo, era comunque un'altezza considerevole, ma insomma, arrivavano al bordo, ci pensavano un po', un'occhiata e poi via, magari anche urlando che a me arrivavano quei suoni gioiosi, invece, come spaventosi. Facevo qualche passo di sguincio e lanciavo giù un'occhiata. E mi pareva di zoomare fino al fondo della piscina e poi tornare a dove mi trovavo con un senso di vertigine, di terrore puro. Indietreggiavo, qualcun altro si buttava, il tempo passava. Nel parco là fuori vedevo bambini sull'altalena, un gruppo di ragazzi che giocavano a palla, persone in bicicletta, le cime degli alberi leggermente mosse dal vento. Poi mi voltavo e l'occhio mi andava a quei puntini minuscoli che facevano il bagno dall'altra parte della piscina, e giù, in quello sprofondo sul quale appena mi affacciavo mi sembrava che la stessa altezza della pedana aumentasse, come se la struttura, di colpo, si innalzasse di metri. Ma volevo tuffarmi, ci pensavo, ci ragionavo. Mi dicevo che andando giù di piedi non mi sarei fatto male, che non rischiavo di andare a sbattere sul fondo - ma già mi figuravo di scompormi con braccia e gambe che andavo ovunque ed io che precipitavo in acqua con effetti devastanti. Ero lì che respiravo, mentre gli altri che si tuffavano non mi vedevano neppure, imbozzolato da mille esitazioni. E lo sguardo non faceva che andarmi giù, a sprofondare in quella distanza; rimanevo con le orecchie piene di quelle grida di gioia che trovavo terrificanti. Come facevano? Come ci riuscivano? Perché io no? Eppure non avevamo poi così tanto di diverso, anzi, qualcuno di loro era un discreto cicciottello. Ma loro riuscivano a lanciarsi nel vuoto e dalle facce che facevano, spaventate e felici assieme, anche io riuscivo a capire che si stavano divertendo da matti. E che sapevano sfidare se stessi, fosse solo per divertirsi. La verità era che loro stavano giocando, incoscienti e gioiosi come devono esserlo i ragazzini. Io non ci riuscivo.

Non so quanto tempo trascorsi lassù ad immaginare di tuffarmi, tentennare, indietreggiare, riaffacciarmi. So solo che ad un certo punto avevo la pelle accapponata di brividi, le gambe mi tremavano e non riuscivo a trattenere l'affanno che mi invadeva il respiro. Qualcuno mi si fermò accanto e mi chiese qualcosa, ma le mie già scarse conoscenze dell'inglese, in quel momento, erano dileguate chissà dove: non capii una parola, feci di sì con la testa, come per dire che andava tutto bene, e quello allora mi indicò il bordo della pedana, come per dire "dài allora, vai...". A quel punto, sopraffatto, scossi decisamente la testa per dire no, mentre agitavo le mani aperte davanti a me. Quello si voltò senza badarmi, arrivò sul bordo, si tappò il naso, alzò un braccio e piombò giù. Subito dopo sentii il tonfo nell'acqua ed il grido di vittoria, quella felicità urlata che mi diceva "tu no". Con l'amaro in bocca scesi la scaletta. Ormai la piscina era quasi vuota, la luce del sole era scemata, i riflessi sul soffitto si erano fatti più smorti. Appena messo piede in basso mi misi a sedere sul bordo, con un peso sullo stomaco, tanta voglia di piangere ed una rabbia silenziosa e profonda. Sentivo un moto di stizza verso tutti quelli che erano riusciti a divertirsi, li vedevo prendere le loro cose ed avviarsi verso le docce e gli spogliatoi chiacchierando, ridendo, strillando, gettandosi le cose uno sull'altro. Andai via anche io, mi rivestii senza neanche farmi la doccia, pieno di vergogna verso me stesso, straniato. Uscii in direzione del parco. Mi voltai appena per gettare uno sguardo ostile a quell'edificio. Poi ricordo solo che camminai.

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