Cerca nel blog

venerdì 9 giugno 2023

FIGLI DEL LORO TEMPO


Ormai da diverse settimane la Manifestolibri ha mandato in stampa e nelle librerie - se non lo trovate, chiedetelo! - il libro al quale ho lavorato con più passione negli ultimi anni: Figli del loro tempo. Al cuore del capitalismo islamista. Un libro uscito con almeno un anno e mezzo di ritardo, aggiornato, riscritto, corretto. Una volta lo si sarebbe detto intriso di sudate carte. Preferisco pensare che volente o nolente questo libro si è ritrovato a simboleggiare e a portarsi appresso i cambiamenti e i turning point che negli ultimi tre anni hanno puntellato la mia esistenza, tutti decisamente radicali. Forse per questo lo sento con un affetto che nessun altro mio testo di saggistica mi ha mai suscitato prima. 

È però giunto il momento di lasciare che vada per il mondo con le sue gambe. Che sappia suscitare interesse, curiosità, dissenso, irritazione se volete. In altre parole che vi dica qualcosa, vi parli. Ovviamente non è un romanzo, non è una storia che vi cattura e vi porta altrove. No. È un breve saggio, su un argomento costantemente lontano dalle luci della ribalta e dell'attualità. E l'ho scritto solo per il puro piacere di conoscere.

Il 24 maggio, il giorno prima della presentazione organizzata dall'Università di Cagliari grazie alla Prorettrice alla Comunicazione Prof.ssa Elisabetta Gola e al Prof. Emiliano Ilardi (avrebbero fatto da competenti e disponibilissimi relatoti il Prof. Paolo Luigi Branca della Cattolica di Milano, la Prof.ssa Virginia Zambrano dell'Università di Salerno, oltre alla Prof.ssa Patrizia Manduchi e al Prof. Nicola Melis dell'ateneo cagliaritano), sul mio profilo Facebook postavo queste parole: «Il libro che verrà presentato domani è una delle cose che ho scritto a cui tengo di più. Detta così suona ed è ovviamente banale, ma generalmente, passata la fase della forgia, dell'incudine e del martello, per così dire, mentre sono immerso fino al collo nella scrittura e vado di scalpello e sgorbia, non appena ho terminato, subito ciò che ho scritto inizia a distanziarsi, ad allontanarsi da me, o io da quello. Lo lascio dietro di me come una sorta di segnavia.

Figli del loro tempo no. Forse perché l'ho scritto in uno dei periodi di più grande cambiamento della mia vita - senza entrare nel dettaglio del personale vissuto - perché tra la sua scrittura e la sua pubblicazione è passato un tempo di forzate dilazioni e incidenti durante i quali ho dovuto tenere in allenamento il desiderio nutrendolo di speranza. Quasi due anni nei quali però gli sono rimasto fedele, l'ho risistemato, aggiornato, rifinito, ripulito.

In qualche modo è un libro che non ho lasciato andare per molto tempo, finché mi è rimasto dentro, mi ci sono affezionato.

Lo racconto a prescindere dal valore scientifico dell'opera in sé, né come maldestro tentativo di estorcere simpatia. 

Lo racconto perché facciamo alcune cose che a un certo punto, ce ne rendiamo conto ma non sappiamo esattamente come, assumono un'importanza superiore a quella che avevamo creduto potessero avere, e senza volerlo gli affidiamo, con la fiducia della passione, i nostri desideri e le nostre speranze, perché sentiamo che almeno dentro di noi hanno saputo dare loro una giusta riuscita.

Ecco, per questo libro è stato ed è così.


mercoledì 31 maggio 2023

QUATTRO PASSI NELLA LETTURA


«La differenza è enorme, ma... adesso, mentre sono qui seduto a parlare, differisco da voi solo per la consapevolezza di non essere come voi. Questo è uno dei miei livelli... e, per inciso, piuttosto fastidioso»


Ogni tanto mi prendo una pausa. Una pausa dai lavori in giardino, nel casale, nel bosco, con la legna, con gli animali - due cani e due gatti. E anche una pausa dallo studio, ovviamente.

In queste pause spesso leggo qualche romanzo. Non ho mai smesso di farlo, neanche nei periodi più bui o sconclusionati della mia vita. Se in una cosa sono stato costante, questa è leggere. Di tutto e senza metodo, come ho sempre fatto fin da quando, si può dire, ho imparato a leggere.

E così, dalla lista dei libri da leggere che periodicamente stilo - una necessità che mi si è imposta da quando non posso più tenerli in casa e mi trovo costretto a cederli a mano a mano alla locale sgangherata biblioteca, che si ritroverà a possedere la quasi totalità dei libri della mia famiglia - scelgo più o meno a caso un titolo. La storiella che sto per raccontarvi riguarda uno di questi libri, aggiunto a questa lista anche se non faceva parte, fino a qualche mese fa, della mia personale biblioteca in via di sgretolamento.

Ora. Per ragioni personali mi trovo costretto, periodicamente, a recarmi ad Alessandria - mezz'ora di macchina ad andare e mezz'ora a tornare. Tra quando arrivo e quando ho terminato i miei impegni, ho un buco di circa due ore. Inizialmente me ne andavo a spasso per la città, nel tentativo di perdermi (ma per chi come me è nato e cresciuto a Roma, perdersi ad Alessandria ha dell'impossibile), poi un giorno sono entrato in un bar d'angolo, piccolo, affollato di tavolini, con il bancone stretto fra vetrine piene di tranci di pizza, brioche e, proprio difronte, un'intera parete di scaffali carichi di libri. Il classico book-crossing che per anni ho detestato, da bravo feticista del libro, provvedendo solo a saccheggiarne i titoli che mi interessavano, ogni volta che ne incontravo uno.

Fra i titoli, tanta robaccia, ma anche diverse cose interessanti - vecchie edizioni Mondadori da 350 lire con le lettere clandestine dal fronte della Grande Guerra, libri per ragazzi di quando ero ragazzo io, con la copertina rigida, fra cui Michele Strogoff di Verne, un immarcescibile K. J. Jerome col suo Tre uomini in barca, le lettere di Seneca con testo latino a fornte, qualche best seller da non disdegnare.

Visto che con l'età non si diventa più saggi, né tanto meno più intelligenti, ma solo più pazienti, soprattutto con i propri difetti, ho iniziato a portare anche io i miei libri - di base, però, lo confesso, quelli che proprio non avrei mai riletto e che conservavo solo come si conserva il fango nel carro armato degli scarponi. Ho preso anche alcuni libri, non molti a dire il vero, ma solo quelli che mi sembravano più interessanti. Fra questi, l'edizione che vedete nell'immagine. Una copertina che da sola evoca un ammasso di ricordi che nella loro eterogeneità diventano tutti, però, immediatamente riconoscibili grazie a quell'impostazione grafica così iconica.

Le edizioni Urania vogliono dire una stagione incredibilmente ricca di titoli di fantascienza, iniziata nel 1952 e nella quale sono stati pubblicati per la prima volta in Italia autori del calibro di Isaac Asimov, Philip Dick, J. G. Ballard. Ma questa è accademia. Quello che mi ha subito attirato sono stati gli autori del romanzo pubblicato in quella collana - che come molti altri, probabilmente, sarà anche stato fatto oggetto, per farlo rientrare nelle dimensioni standard, di tagli più o meno ampi. Questi sono i fratelli Arkadij e Boris Strugatski da San Pietroburgo (anche se quando vi nacquero si chiamava Leningrado), che hanno scritto Picnic sul ciglio della strada (il titolo originale in russo è Пикник на обочине), una pietra miliare della fantascienza sovietica. A titolo informativo: è il romanzo dal quale un altro genio russo, il regista Andrej Tarkovskij, avrebbe tratto nel 1979 quel capolavoro di film che è Stalker (Сталкер), con la meravigliosa colonna sonora di Eduard Artemyev.

Sulla qualità e, come genere, sulla precocità con cui la fantascienza sovietica affrontò temi che sarebbero diventati centrali nella letteratura distopica, si potrebbero scrivere diversi saggi. Mi limito a citare solo due romanzi: Noi (Мы, finito di scrivere nel 1921 e pubblicato solo nel 1924) di Evgenij Zamjatin - che anticipa di un quarto di secolo 1984 di George Orwell - oppure Le uova fatali (Роковые яйца, uscito nel 1925) di Michail Bulgakov - sì, proprio quello de Il maestro e Margherita. Se però volessimo allargare la questione, bisognerebbe andare a studiare la produzione di racconti e romanzi di fantascienza di due autori che del genere, in Russia, sono due classici: Aleksandr Kazancev, ma soprattutto Aleksandr Beljaev, autore di decine di romanzi di fantascienza, morto di fame sotto l'occupazione nazista.

Ma insomma, mentre sorseggio il mio cappuccino scuro con cannella, prendo dallo scaffale questo romanzo, per la precisione Passi nel tempo. L'edizione è del 1988, e andare a leggere la sezione con le recensioni dei film di fantascienza dell'epoca (i film recensiti sono però del 1973 e indicati come «appena usciti»), la posta, il coupon che andava spedito, il profilo dei due autori che invece corrisponde per la cronologia indicata delle loro opere all'anno di edizione, e le Fantanews (insieme di indicazioni di prossime uscite editoriali, coccodrilli, segnalazioni varie, ecc. relative alla fantascienza) è un'esperienza davvero interessante, non solo per la presenza di questo particolare paratesto - raccolto in una sezione intitolata Varietà che segue la fine del romanzo -, ma soprattutto per il mondo concettuale, sociale, estetico e politico cui fanno riferimento i testi.

Il testo scorre nelle pagine su due colonne, come fosse un lunghissimo articolo, e mi sono domandato, mentre leggevo, che effetto potesse fare all'epoca quella particolare composizione tipografica sul lettore. A dispetto del fatto che venne probabilmente scelta perché questi volumi erano venduti nelle edicole e non in libreria - dunque, ma è una mia ipotesi, aveva un suo peso la similitudine con i quotidiani nella composizione tipografica della pagina (qualcosa che oggi potrebbe rientrare in un corso di archeologia della stampa moderna, una sorta di studio "filologico" delle tecnologie di impaginazione) - dopo un pò che leggevo, ho ricordato che spesso anche i manoscritti erano in effetti composti, o meglio, vergati, proprio in due colonne. Dunque una soluzione, nella composizione del testo nella pagina, propria anche del regime chirografico pre-Gutemberg, anche se con tutta probabilità quella soluzione era dovuta sia alla maggiore semplicità nel tracciare righe di testo, sia per risparmiare spazio. Ma non divaghiamo.

In sostanza schiaffo il libro nello zaino e me lo porto a casa. L'altro ieri mi siedo sereno in giardino e me lo divoro in una mattinata di sole e silenzio. Il romanzo si svolge come collage di memorandum, rapporti d'indagine, ricostruzioni di incontri e diario dell'ormai anziano Max Kammerer, ex capo del Dipartimento Eventi Insoliti (EI) della Commissione di Controllo COMCON-2, in un imprecisato futuro remoto. Il vecchio Kammerer sente la necessità di ricostruire le vicende che portarono alla Grande Rivelazione, e di cui lui fu uno dei protagonisti principali. Il genere umano ha colonizzato l'intero sistema solare, più un discreto numero di altri pianeti esterni, entrando in contatto con forme di vita aliene intelligenti, vere e proprie civiltà. Fra queste e il genere umano regna la pace, anche se si intuisce l'opera "civilizzatrice" di alcuni - i cosiddetti Progressori - di cui ha fatto parte il più preparato e tenace collaboratore di Max Kammerer, Toivo Glumov. Nei Progressori mi è parso che si intravedesse una metafora del PCUS (per i più giovani che non conoscono la storia di quegli anni, il PCUS era il Partito Comunista dell'Unione Sovietica, in russo КПСС Коммунистическая партия Советского Союза) e della sua opera di internazionalizzazione del comunismo. La quantità di riferimenti alla vita sociale e politica dell'URSS dell'epoca - come il proliferare di Commissioni, Sezioni, Distaccamenti, Organizzazioni e tutta un'articolata burocrazia ai limiti del kafkiano, anche se spesso con una sua pregnanza (nel libro, per dire, esiste un Istituto delle Stravaganze) - a noi lettori italiani spesso sfugge, a meno di una solida preparazione storico-letteraria relativa all'URSS.

La narrazione, inoltre, non ha le atmosfere sospese, i tempi trasognati e le atmosfere spesso indefinite tipiche della stragrande maggioranza dei romanzi dei due autori russi. La storia, dopotutto, segue un andamento comprensibile, i toni sono spesso asciutti, non c'è una sensazione di impalpabilità del reale così tipicamente strugatskiana. Allo stesso tempo, però, il testo non ha quelle componenti spettacolari tipiche della sci-fiction di matrice statunitense, ma conserva e mette in scena il tono peculiare di una certa fantascienza sovietica, attraversata da rappresentazioni sociali, prima che tecnologiche e da messe in scena di temi ed eventi che mettono in crisi lo statuto delle conoscenze su cosa sia "l'umanità", sulle forme di organizzazione sociale, sui modi di conoscere, sulla reale forma del tempo, del desiderio, ecc. Il fatto tecnologico, infatti, anche in questo romanzo rimane sullo sfondo, fa da paesaggio, funziona come ambientazione nel quale la storia assume tratti specifici. Spesso questo ambiente, pur delineando in maniera impressionistica tecnologie iper-avanguardistiche - nel romanzo compare la cabina T-ZERO, in sostanza un teletrasporto - non rinuncia a dettagli che rimandano a un controllo burocratico esasperante e onnipresente, descritto spesso attraverso dettagli dissonanti (gli schermi futuristici che però hanno stampanti da cui fuoriescono fogli come quelli dei moduli continui a strappo, con i bordi forati...). Per godersi la storia occorre dunque non soffermarsi sulla singola descrizione - come quella, veramente impressionante per un romanzo, relativa alla pratica medica, del tutto inventata, della fukamizzazione (in onore di due sorelle scienziate giapponesi, Natalya e Hosiko Fukami...), una sorta di vaccinazione ipotalamica dell'embrione, effettuata durante la gravidanza per rendere i nascituri più resistenti alla vita nello spazio - ma lasciarsi trasportare dal testo. Per certi versi è la storia di un'investigazione estremamente complessa e difficile, dal risultato assolutamente imprevedibile, almeno per me, e che viola tutti gli standard di quella che è una storia di indagine. Il protagonsita e il co-protagonista, infatti, cercano con grande acume i cosiddetti "Vagabondi", esseri senza un preciso aspetto esteriore che viaggiano nel tempo per influenzare civiltà ritenute meno evolute, o come si chiamano fra loro i Ludens, sia con un richiamo al latino "coloro che giocano", ma soprattutto per assonanza con il russo "persone" , cioè люди (liudi).

L'unica cosa che a volte mi ha dato l'impressione di incompletezza - non conosco l'eventuale edizione "intera" del romanzo e suppongo che spesso questa sensazione sia dovuta anche ai tagli operati dalla redazione di Urania - è la serie di riferimenti dei quali non si capisce l'aggancio, per così dire. Oltre ai tagli al testo, però, ho scoperto in seguito che questi riferimenti sono fatti rispetto ad altre opere dei fratelli Strugatski. Questo romanzo, infatti, conclude una trilogia dedicata al personaggio Maksim Kammerer (il perché nel libro è indicato come Max lo spiego fra poco), composta, in ordine cronologico, da L'isola abitata (in russo Обитаемый остров, uscito in URSS nel 1968 e integralmente nel 1969) e da Lo scarabeo nel formicaio (Жук в муравейнике, pubblicato nel 1980 e vincitore nel 1981 del premio Aelita, istituito dall'allora Unione degli Scrittori della Federazione Russa per gli scrittori di fantascienza).

La sensazione di incompleterzza derivava dunque dal fatto che Passi nel tempo è il finale di una trilogia? Magari fosse solo così! Per spiegarla torno a Max, o meglio, a Maksim Kammerer. La presenza di una versione abbreviata e anglicizzata del nome del protagonista si spiega col fatto che la traduzione del romanzo su cui si basa l'edizione italiana che ho letto, non venne svolta sull'originale in russo, ma su un'altra traduzione, precisamente in inglese. E in inglese il romanzo degli Strugatski era stato tradotto con The Time Wanderers (ulteriormente deformato in Passi nel tempo), ma il titolo originale russo, decisamente più bello e che rende in modo radicalmente più icastico anche la filosofia della storia, era Le onde placano il vento (Волны гасят ветер) - titolo col quale Urania ha infine pubblicato la versione integrale del romanzo il primo marzo di quest'anno.

Ma ancora un altro elemento fa sì che alcuni riferimenti, in particolare ai Progressisti, mi sembrassero poco chiari. Il romanzo fa infatti parte dell'universo narrativo di Universo di Mezzogiorno, che comprende diversi romanzi.

Ecco, dalla scoperta di un piccolo libro su uno scaffale in un bar è sgorgato tutto questo che ho cercato di raccontare e condividere. Principalmente perché quanto ho letto mi è piaciuto. Non ho mai fatto mistero di adorare la letteratura russa, anche quando assume le forme di un preciso genere, perché sa tratteggiare l'animo umano in un modo che non ho incontrato in nessun'altra letteratura, per la costruzione di storie con trame che spesso violano ogni regola di buonsenso e verosimiglianza - si pensi a Cevengur di Andrej Platonov, o per andare sul classico a Le anime morte di Nikolaj Gogol - senza quasi mai scadere nel fastidio che mi ha sempre provocato lo sperimentalismo fine a se stesso.

Ma alla fine di questo testo che spero avrete avuto la pazienza di leggere, mi rendo conto di un'altra cosa. Una cosa che c'entra forse poco o niente con lo specifico romanzo che ho letto, ma parla di un oggetto. L'oggetto libro. Tutta l'esperienza che ho descritto e che è intercorsa fra me e questo oggetto, non può essere circoscritta alla sola lettura, né prima, né durante, né dopo. Su di essa gravita la curiosità personale, legata al tempo di inattività che si rapprende sull'oggetto in questione, alle ragioni del dovermi spostare, al piacere per la componente tattile - a proposito, la carta delle pagine di questo libro possie quella ruvidezza e porosità che probabilmente scomparirà dall'orizzonte delle sensazioni che ogni lettore, fra che so, cento anni, potrà correlare alla lettura stessa - alle sollecitazioni che da quell'oggetto sono fuoriuscite come fuochi d'artificio per la curiosità, che è la bambina felice della mia intelligenza. Ma l'esperienza è stata anche quella di collegarmi, attraverso quell'oggetto, al gesto di chi lo ha depositato là in quel bar, alla foce di chissà quale percorso di vita, ecc. ecc.

Insomma: di quale testo, che possiamo leggere a schermo o su un lettore digitale, come anche io faccio spesso, si può fare e dare un'esperienza così spessa, duratura, profonda, pastosa e allo stesso tempo aperta? L'oggetto libro contiene e spesso mantiene in se, attraverso la materia di cui è composto, lo scorrere del tempo, le tracce eventuali dei lettori, come un palinsesto esistenziale. In questo senso, come tecnologia, il libro è ancora oggi il più stabile strumento di trasmissione del sapere, non tanto per quantità di dati o potenziale di diffusione - qualcosa rispetto al quale non potrà mai competere con la rete - ma per concentrazione, permanenza, capacità di incistarsi nel vissuto. E lo dico mentre con molta malinconia, ma anche con sprazzi di serenità verso un futuro nel quale e del quale sarò veramente alieno, nel viaggio della vita mi sto lentamente liberando di quel migliaio di libri che mi sono sempre riuscito a portare appresso, come fa la lumaca col suo guscio.

Ma s'è fatto tardi, e non voglio approfittare oltre della vostra pazienza.




lunedì 16 gennaio 2023

L'UMANITÀ COME MEZZO O STRUMENTO DELLA TECNOLOGIA


«... una direzione verso la quale nessuno volgeva lo sguardo»


Questo fine settimana sono stato da solo. Mia moglie in viaggio di lavoro, non mi restava che finire di tagliare la legna nel bosco, sistemare la legnaia, accudire gli animali, cucinare per mia suocera a cena, e poi ho avuto tutto il tempo di questo mondo.

E quando ho tempo, io adoro leggere romanzi. È il mio altrove, il tempo del viaggio per la mente. Così in una sola serata, lunga abbastanza da sfociare nella notte, ho terminato un romanzo che forse non molti conoscono e che da anni mi sbirciava di sottecchi, facendomi sentire in colpa per non sfogliarne le pagine. Perché è certo, anche se ormai leggo principalmente attraverso un lettore di e-book, che lo sfogliare la pagina fisica, e non mi soffermo su quei dettagli da bibliofilo che somigliano ormai, in questo mondo che si pretende immateriale, alla parafilia di un feticista, ha tutto un altro sapore.

È stata una di quelle letture ingorde che mi ha riportato alla mia età fresca e verde, quando leggevo i libri in estenuanti corpo a corpo che somigliavano, per intensità e foga e ingordigia, ai baci di quegli anni. Una pagina tirava via l'altra, con passione e la piacevolissima sensazione di non averne mai abbastanza.

Il romanzo in questione è La voce del Padrone, di Stanisław Lem, un romanziare polacco fra i migliori scrittori di fantascienza fin ora vissuti. Ma attenzione, qui non si trata di astronavi, mostri alieni, viaggi intergalattici e tutto l'armamentario tipico di certa science finction, no. La spettacolarità fiabesca e spesso un po' sciatta di gran parte di quel genere non gli appartiene. Semmai i suoi romanzi sono per certi versi, anzi, spesso integralmente, romanzi filosofici - non alzate il sopracciglio in segno di prevedibile noia! - e illustrano le possibilità della letteratura di rappresentare in maniera logica gli sviluppi della scienza, senza lasciarsi sedurre dalle sirene del "fantastico tecnologico".

Lem ha compiuto studi filosofici e medici, è stato meccanico e poi biologo e cibernetico, oltre ad aver avuto i suoi grossi problemi con la critica stalinista. Ecco, scordavo di situarlo nel tempo. Morto nel 2006 a Cracovia, era nato nel 1921 a Leopoli (in polacco, perché all'epoca la città era polacca, si scrive Lwów, oggi si chiama L'vov - in cirillico Львів - e si trova nell'Ucraina occidentale). La sua fama di scrittore in Polonia era enorme, tanto che nel 1977 venne proposto al Nobel per la letteratura.

Oggi, purtroppo, spesso lo si conosce esclusivamente perché Andrej Tarkovskij trasse da un suo romanzo, Solaris, l'omonimo, giustamente celebrato film, con memorabile colonna sonora di Edward Artemiev (Solaris - Original Soundtrack). Una nuova messa in scena del romanzo è stata fatta anche da Steven Soderbergh nel 2002. Ma insomma, avete capito che a parte questo romanzo, chi conosce le opere di Stanisław Lem?

La sua scelta di utilizzare il genere fantascientifico era dettata più che altro dalla possibilità di svolgere in quel modo certi ragionamenti, analizzare certe situazioni, ragionare sulle idee, più che dall'entusiastica e - oggi lo possiamo dire - stucchevole celebrazione della tecnologia in sé. In questo senso si pensi che nel 1976 venne radiato dalla SFWA (Science Fiction Writers of America - Associazione americana degli scrittori di fantascienza) per aver dichiarato senza mezzi termini che «la fantascienza è un caso senza speranza, con eccezioni», stigmatizzandone la natura esclusivamente commerciale, spettacolare, di massificazione.

In realtà, però, pare che la sua cacciata avvenne in seguito a una lettera scritta all'FBI niente meno che da Philip Dick, nella quale Stanisław Lem era segnalato come "spia comunista". Ad onor del vero va detto che Lem non era mai stato iscritto al Partito Comunista, ma soprattutto che all'epoca in cui scrisse la lettera, Dick - che da Lem era considerato «un visionario tra i ciarlatani» - era in preda a visioni e allucinazioni dovute all'uso ed abuso di anfetamine, tiopental sodico e altre sostanze psicotrope.

Ma non voglio stare qui a fare un ritratto a tutto tondo di questo particolarissimo scrittore ingiustamente messo in secondo piano, semmai vi invito a leggervi una bella disamina su di lui nello scritto di Alberto Mittone che potete reperire qui: Grandezza di Stanislaw Lem. Quello che mi interessa è condividere con voi una parte di questo romanzo, diciamo il capitolo 16, che mi ha veramente fatto riflettere. Specialmente se penso che è stato scritto oltre mezzo secolo fa.

La scelta di parlare solo di questo capitolo non vuol dire, ovviamente, che non vi consigli con tutto il cuore di leggere l'intero romanzo - uscito in Polonia nel 1968 e tradotto in Italia, bontà nostra, nel 2010, per i tipi della Bollati Boringhieri. Ve lo consiglio perché è un esempio cristallino di cosa voglia dire scrivere senza cedere di un millimetro al patetismo che affligge larghissima parte della letteratura contemporanea, e per patetismo intendo quell'ossessiva, ripetitiva, onnipresente riduzione di ogni finzione letteraria (perché la letteratura è finzione e menzogna, ironia e simulazione, oltre che esclusiva testimonianza) alle sensazioni, alle emozioni e all'universo affettivo, in una sorta di melodramma all'ennesima potenza. Qualcosa di insopportabilmente sdolcinato, anche, se non soprattutto, se quest'affettività è declinata come crudeltà, come passionalità, e via discorrendo.

Dunque La voce del Padrone è un romanzo che affascina la mente, perché nella stringata semplicità della trama, affronta questioni decisamente centrali nella riflessione sul rapporto fra uomo e tecnologia, fra cultura e scienza, fra desiderio e limiti concettuali. E lo fa con un'asciuttezza intellettuale così ben calibrata da permettergli di essersi saputo sottrarre, come romanzo, alla sua interpretazione, per altro riduttiva, di prodotto della Guerra Fredda.

Posso solo dirvi di leggerlo e contare sulla fiducia che potete avere in me come lettore. Torno dunque al capitolo che mi ha impressionato per la sua attualità, per la capacità di coniugare riflessione scientifica e contestualizzazione antropologica. In sostanza perché Lem mostra in queste pagine, in maniera esemplare, come la letteratura possa essere anche e soprattutto pensiero. Da apprendista stregone della sociologia dei media, nel caso specifico, non credo di aver mai letto, in una forma così densa di significati, una descrizione altrettanto calzante dell'evoluzione tecnologica negli ultimi due secoli. Soprattutto del suo essere specchio desolante della divaricazione interna al genere umano, la stessa che da un lato progetta spedizioni su Marte e dall'altro conta a milioni i morti di fame e malattie.

Soprattutto è degna di nota la capacità di individuare la subordinazione della dimensione libidica dell'uomo, il piacere variamente declinato, alla sua determinazione tecnologica (un percorso iniziato con la seconda rivoluzione industriale, aggiungerei), ma anche la trasformazione tecnologica a cui sottoporre il momento riproduttivo - la mai sopita e oggi riemergente pulsione eugenetica - e soprattutto la sostanziale cecità rispetto ai fini della tecnologia stessa, la cui spettacolare mutazione sfugge a tutti.

Le pagine di questo capitolo descrivono con precisione e al massimo grado di pregnanza le direttrici dello sviluppo tecnologico (che non vuol dire per niente solo e esclusivamente "apparati tecnici") che oggi, in larga parte, vediamo realizzate - pensiamo alla chirurgia estetica come forma di "moda" tecnologica, così come all'estetizzazione della dimensione cyborg che tanto ha appassionato la postmodernità e che riecheggia nei discorsi sul postumano.

Per contestualizzare in modo completo le pagine del capitolo 16, che posterò a chiusura di questo mio testo, riporto inoltre quello che Lem scrive in un precedente capitolo - l'11 -, dove affronta per altro il rapporto con la tecnologia come qualcosa di vissuto in modo "inconsapevole". Perché tutte le considerazioni che svolge nelle pagine che tanto mi hanno colpito, alla luce di questo fatto, cioè l'incosapevolezza dell'esperienza con la tecnologia, acquisiscono una dimensione per certi versi inquietante. La tecnologia, infatti, non è più strumento dell'umanità, ma è quest'ultima che ne è divenuta mezzo. Un mezzo per fini sostanzialmente ignoti.

«Come nei secoli passati, la politica ha considerato il globo, ivi compreso lo spazio sublunare, come una scacchiera per le proprie contese, senza accorgersi che intanto la scacchiera subdolamente si modificava cessando di rappresentare una base e uno stabile punto d’appoggio, e diventando invece una zattera trascinata dal gioco di correnti invisibili che la guidavano in una direzione verso la quale nessuno volgeva lo sguardo.

Chiedo scusa per la metafora. La verità è che da quando Herman Kahn ha fatto una scienza della professione di Cassandra, i futurologi si sono moltiplicati come funghi; tuttavia nessuno di loro ha mai detto chiaro e tondo che ci siamo arresi ai voleri dello sviluppo tecnologico. Ma i ruoli si sono invertiti ed è stata l’umanità a diventare, per la tecnologia, un mezzo o uno strumento per raggiungere uno scopo sostanzialmente ignoto. La ricerca di un’arma definitiva ha trasformato gli scienziati in ricercatori di una pietra filosofale che differisce dall’ideale alchemico in un solo punto, ossia per l’assoluta certezza della sua esistenza. Il lettore di studi di futurologia si trova davanti a grafici e tabelle stampati su carta patinata che lo informano su quando appariranno i reattori idroelici e su quando si comincerà a sfruttare commercialmente la capacità telepatica del cervello. Tali future scoperte vengono previste per mezzo di sondaggi collettivi condotti presso gli specialisti del settore: situazione tanto più pericolosa di quella precedente in quanto crea un’illusione di conoscenza proprio là dove un tempo, per generale ammissione, regnava la più totale ignoranza.»


Stigmatizzare queste parole come quelle di chi fa polemica contro la tecnologia, significherebbe ignorare che Lem stesso era un cibernetico, e che in ogni caso è oggi palese come la direzione dello sviluppo tecnologico sia sfuggita di mano a qualsiasi tipo di controllo non dico etico, ma almeno politico, e sia invece funzione proprio di quella "messa in produzione" della componente libidica, del soddisfacimento puramente sensoriale. Esattamente «la ragione al servizio delle pulsioni», come scrive Lem: un caleidoscopio di tecniche per incistarsi dentro un bozzolo solipsistico di piaceri, «una piacevolissima forma di suicidio intellettuale», appunto.

Allo stesso tempo anche l'altra tendenza, quella che l'autore definisce "ascetica", mostra oggi una vitalità notevole. È la strada dell'integrazione corpo-macchina, la via del cyborg, che si manifesta soprattutto per le implicazioni relative all'integrazione di parti tecnologiche nel corpo (arti, organi, fasci tendinei e terminazioni nervose, apparati), e per le frontiere, che iniziamo a esplorare, degli impianti neurali, ma anche e soprattutto per il potenziale di «disintegrare l'omogeneità biologica, finora intatta, della specie». Il postumano, in sostanza.

Ad ogni modo riporto ora, per esteso, le pagine alle quali ho fin qui fatto riferimento e che confidando nella vostra pazienza, ma soprattutto nella vostra curiosità, spero leggerete:

«Ma in una società giunta a una fase di sviluppo simile alla nostra si manifestano tendenze a lungo termine e contrastanti tra loro, di cui è impossibile prevedere gli effetti remoti. Da un lato, le tecnologie già costituite esercitano una pressione sulla cultura esistente, inducendo in un certo senso la gente ad adattarsi e sottomettersi alle strumentalizzazioni in atto. È possibile quindi vedere sia i segni di una competizione tra l’uomo dotato d’intelletto e la macchina, sia varie forme di simbiosi tra l’uno e l’altra; mentre la psicologia e l’ingegneria fisioanatomica scoprono gli «anelli deboli», i parametri scadenti dell’organismo umano, dando il via alla tendenza che porta a pianificare gli opportuni «miglioramenti». È da una tendenza di questo genere che scaturisce l’idea di produrre dei «cyborg», individui parzialmente artificiali, destinati ai lavori nello spazio e all’esplorazione di pianeti con ambienti drasticamente diversi da quelli sulla Terra; come pure l’idea di collegare direttamente il cervello umano alle banche dati delle memorie artificiali, o di costruire delle macchine in cui si operi un’associazione, non si sa ancora quanto stretta, tra uomo e strumento, sul piano meccanico o intellettuale.

Tutto questo fascio di pressioni tecniche minaccia di disintegrare l’omogeneità biologica, finora intatta, della specie. Non solo l’unica cultura propria alla totalità umana, ma perfino l’unica e universale forma corporea dell’uomo potrebbe, per effetto di tali trasformazioni, diventare la reliquia di un morto passato. L’uomo trasformerebbe in effetti la propria società nella variante psicozoica di un formicaio.

D’altro canto, la sfera delle tecnologie strumentali potrebbe venire subordinata alla cultura in quanto insieme di costumi sociali. Si potrebbe, per esempio, giungere a un prolungamento biotecnologico degli influssi che determinano la moda. Per il momento, le tecniche della moda si arrestano alla superficie della pelle umana. In realtà vorrebbero farci credere che il loro influsso si spinga più lontano perché, a seconda dei periodi, ci vengono imposte come modelli privilegiati differenti varianti del fisico umano. Basti ricordare la differenza tra l’ideale di bellezza di Rubens e la donna d’oggi. Un ignaro osservatore delle questioni terrestri potrebbe avere l’impressione che, a seconda dei dettami di questa o quella stagione, alle donne (più visibilmente soggette ai decreti della moda) una volta si allarghino le spalle e la volta dopo i fianchi; che ora i seni si ingrossino e la volta dopo rimpiccoliscano; che le gambe si facciano ora piene, ora lunghe e sottili, e via dicendo. Ma questi «afflussi» e «riflussi» della sostanza corporea altro non sono se non un’illusione prodotta dalla selezione, nella varietà dell’insieme, dei tipi fisici che riscuotono l’approvazione del momento. Un simile stato di cose potrebbe appunto subire una correzione biotecnologica: il controllo genetico trasferirebbe in quel caso la sfera della varietà razziale nella direzione richiesta.

Paragonata alla forza delle trasformazioni cultural-poietiche, una selezione genetica riguardante caratteristiche puramente anatomiche può sembrare qualcosa di futile; ma, nello stesso tempo, può anche apparire desiderabile per motivi estetici (in quanto opportunità di universalizzare la bellezza fisica). Al momento mi riferisco all’inizio di una strada sulla quale si potrebbe apporre il cartello «la ragione al servizio delle pulsioni». E questo perché la stragrande maggioranza dei prodotti materializzati dalla ragione viene investita in lavori prettamente sibaritici. Un televisore costruito con intelligenza diffonde spazzatura intellettuale; le meravigliose tecniche di comunicazione rendono possibile che, invece di ubriacarsi nel cortile di casa sua, un cretino travestito da turista lo faccia in prossimità della basilica di San Pietro a Roma. Qualora tale tendenza dovesse produrre un’invasione dei mezzi tecnici all’interno stesso dell’uomo, sarebbe indubbiamente allo scopo di espandere al massimo la gamma delle sensazioni piacevoli e forse, addirittura, perché oltre al sesso, alla droga e alle gioie della tavola, vengano resi accessibili altri generi di stimoli e di gratificazioni finora sconosciuti.

Visto che il nostro cervello possiede un «centro del piacere», che cosa potrebbe impedirci di connettervi degli organi sensitivi sintetici che ci permettano di raggiungere orgasmi, mistici e non mistici, attraverso pratiche appositamente pianificate e inventate per scatenare estasi a vasto raggio? Un’autoevoluzione realizzata in questi termini rappresenterebbe un definitivo rinchiudersi nella cultura e nei costumi, un tagliarsi fuori dal mondo extraterreste e, in sostanza, una piacevolissima forma di suicidio intellettuale.

Tecnica e scienza, associate insieme, riusciranno senza dubbio a fornire degli apparecchi capaci di esaudire le richieste sia della prima che della seconda via di sviluppo. Il fatto che l’una e l’altra ci sembrino alquanto mostruose non pregiudica ancora niente.

I giudizi negativi circa tali trasformazioni sono infatti del tutto privi di fondamento. La direttiva secondo la quale non si deve «indulgere troppo a se stessi» può essere razionalizzata solo fin tanto che il piacere di un individuo comporti il danno di un’altra persona (oppure il danno del proprio corpo e della propria anima come, per esempio, nel caso della droga). Tale direttiva può costituire l’espressione di una semplice necessità, nel qual caso occorre sottomettervisi senza discutere; ma la linea di sviluppo della tecnologia è appunto orientata in modo da eliminare una dopo l’altra tutte le necessità, in quanto limitative di possibili comportamenti. Chiunque affermi che la civiltà dovrà sempre tenere conto di una qualche necessità sotto forma di limitazione della libertà personale, professa in sostanza l’ingenua fede che l’Universo sia stato creato tenendo presenti i «giusti doveri» degli esseri dotati di ragione. Il che è semplicemente un’estensione del biblico precetto sulla necessità di guadagnarsi il pane quotidiano con il sudore della fronte. Si tratta di un giudizio chiaramente ontologico e non etico, come ritengono talvolta questi ingenui. L’esistenza allestitaci come alloggio è stata ammobiliata in modo che non si possa, per mezzo di nessuna scoperta, raggiungere la «vertigine del successo».

Ma è impossibile fondare previsioni a lungo termine su una fede così primitiva. Sono tesi che la gente professa per paura del cambiamento (quando non lo fa per motivi «puritani» o «ascetici»). Una paura che è sempre stata alla base di tutti gli argomenti scientifici neganti a priori la possibilità di costruire delle «macchine intelligenti». Il genere umano si è sempre sentito meglio, ma mai del tutto a suo agio, in situazioni almeno in parte disperate: un condimento che non conforta il corpo, ma placa lo spirito. Anche l’appello: «Tutte le forze e le riserve sul fronte della scienza!» può venire razionalizzato solo fin tanto che le «macchine intelligenti» non sono veramente in grado di sostituire gli scienziati.

In sostanza, non siamo capaci di dire niente di sensato sul reale aspetto delle due direttive, quella espansiva, o «ascetica», e quella incistata, o edonistica. Le civiltà possono andare sia nell’una che nell’altra direzione, possono attaccare il Cosmo oppure tagliarsene fuori. [...].

Una civiltà «divaricata» sul piano tecnoeconomico come la nostra, con un’avanguardia che sguazza nel benessere e una retroguardia che muore di fame ha già, proprio per questa sua divaricazione, una linea di sviluppo chiaramente tracciata. In primo luogo perché le retroguardie rimaste arretrate cercano di uguagliare in benessere materiale le prime linee; benessere che, per il solo fatto di non essere stato ancora raggiunto, sembra giustificare la fatica di inseguirlo. In secondo luogo, perché l’avanguardia abbiente, in quanto oggetto di invidia e di competizione, vede così confermato il proprio valore: dal momento che gli altri la imitano, quello che fa dev’essere non solo buono, ma addirittura eccellente! Il processo diventa quindi circolare poiché si opera un crescendo positivo dei moventi che incrementano la spinta in avanti, ulteriormente spronata dal pungolo degli antagonismi politici.

E ancora: la circolarità si produce dal momento che è difficile trovare nuove soluzioni quando il problema considerato è già stato in qualche modo risolto. Gli Stati Uniti, per male che se ne possa dire, indubbiamente esistono con le loro autostrade, le loro piscine illuminate, i loro supermarket e tutti gli altri meravigliosi splendori. Anche se si potesse immaginare un genere completamente diverso di beatitudine e di benessere, esso sarebbe possibile soltanto in seno a una civiltà che sia al tempo stesso differenziata e, complessivamente, non povera. Ma una civiltà che abbia raggiunto un simile stato di uguaglianza e, per ciò stesso, di omogeneità, è per noi qualcosa di completamente sconosciuto. Sarebbe una civiltà giunta a soddisfare le elementari necessità biologiche di tutti i suoi membri, per cui, a quel punto, i suoi vari settori nazionali potrebbero procedere a cercare ulteriori e diverse vie verso l’avvenire, un avvenire ormai libero da problemi economici. E tuttavia, sappiamo già con certezza che quando sui pianeti passeggeranno i primi emissari della Terra, gli altri suoi figli sogneranno non spedizioni del genere, ma un tozzo di pane.»