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domenica 1 gennaio 2017

UN GIRO DI VALZER

Da quando lavoro in albergo, e sono ormai quasi venti anni, mi è capitato molto spesso di trascorrere il Capodanno al lavoro, nel mio solito turno 23:00-07:00. Non è dunque per me un evento particolarmente carico di significati questa festa: ne ho scrostato via dal cuore e dalla mente ogni residuo. Ma la solitudine nella quale trascorro queste ore che generalmente sono di festa e di divertimento per tante persone ha affinato in me alcune riflessioni. Una su tutte mi sento di condividerla con voi e vi invito a leggerla ascoltando il valzer n° 2 di Dmitri Shostakovich.
È una riflessione che già da adolescente mi aveva tante volte echeggiato dentro, specialmente in quei momenti di isolamento e di calma che seguivano la baldoria ed il baccano. Riguarda il tempo che passa e il modo in cui ciascuno, nel suo intimo ed attraverso le forme esteriori della festa, si rappresenta le speranze, le aspettative ed il concetto profondo di rinascita che questa festa, per certi versi molto convenzionale ma per altri ricollegabile a riti antichissimi legati alla successione delle stagioni, simboleggia.
Fin da giovane ho pensato a questa festa come ad un passaggio rituale. Ho sempre sentito che tutto questo festante baraccone chiamato Capodanno servisse a nascondere un senso molto profondo e se vogliamo inquietante del trascorrere del tempo: la sua inesorabile ciclicità, il suo ritornare ogni volta allo stesso punto per ricominciare, esattamente come un giro di valzer, un turbinio di speranze, azioni, parole, sogni ed aspettative. Una danza vitale e mortale assieme.
Ammetto che il trascorrere degli anni ha lasciato un velo di polveroso cinismo su questa intuizione, la quale come tutte le intuizioni che ci suggeriscono la fatuità delle nostre ambizioni e delle nostre speranze si colora anche di una particolare venatura malinconica. Ma sono sincero se dico che la maggior parte delle volte questo momento è per me quello che con maggiore lucidità mi mostra la vacuità di tutto quello che questa società ci spinge ad inseguire: il successo, la fama, i soldi, l'affermazione, la riuscita, quella cieca e banale determinazione che ormai pare sia titolo necessario anche per esprimere le proprie idee, i propri sentimenti, il proprio intimo sentire.
È un momento nel quale riesco ad immaginare di vivere la mia vita come una foglia nel vento, con l'intima bellezza di saper accettare ed amare tutto quello che ci si presenta, fossero pure avversità e frustrazioni, come manifestazione dell'essere vivi.
Ovviamente mi mantengo razionale e faccio i conti, per quanto non tornino mai, anche col cumulo di errori e fallimenti che la vulgata corrente chiama esperienza, quella morchia che la vita lascia dentro di noi, e non mi perdo in questi sogni più di tanto. Eppure, ma questo davvero non so spiegarlo, l'intima bellezza che sento nell'accettare questo trascorrere sa trarre dal mio viso un sorriso, perché questa riflessione sull'inelluttabilità del tempo che passando ritorna sempre su se stesso in questo giro di valzer che la vita e la morte danzano assieme è la cosa più vicina che provo a ciò che si dice sperare.



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