E così eccomi qua, in
bilico su questa tastiera come un bambino che impara a camminare, ma
la metafora non regge eh? In effetti sono uno che ha avuto un
terribile incidente, eh sì, uno di quegli incidenti che rischi di
lasciarci la pellaccia, o nel caso specifico quella cosa nella
scatola cranica che chiamiamo mente. Ma non divaghiamo. Volevo dire
che non sono un bambino, magari lo fossi, sebbene l'idea di crescere
in questo mondo come minimo mi terrorizzerebbe, se fossi quel
bambino. Sono uno che l'ha scampata, già, è l'espressione più
esatta per descrivere che ci faccio, qui ed ora, davanti al riflesso
lattiginoso di questo schermo, sparandomi Come as you are nelle
cuffie. Anni 46, classe 1971, che annata di merda eh? Mi sono perso
la musica migliore, le droghe migliori, la politica migliore, il
sesso migliore, l'India, le molotov e il cazzo sa che altro; questo
almeno è quel che vuole la vulgata, sì, quel modo di pensare
scontato e flatulento come la scurreggia di un vecchio hippy. Invece
sapete che vi dico: la mia vita, dopotutto, è stata una ficata. E la
parte migliore deve ancora venire, già. Perché secondo me potrà
essere ancora di più una ficata. Perché ho paura di invecchiare ed
allora mi racconto questa bella balla? Può essere, ma una cosa l'ho
capita: sì, può essere una balla, ma la differenza è poca.
Illusione per illusione, il bello è crederci. In fondo questo è
l'unico vero modo di sognare. Wow. Se continuo così finirò per
crederci anche io a questa favola.
Già, una favola. E a chi
da piccolo non è piaciuto sentire una favola? E da grande chi non si
è fatto una scopata da... favola? E quel vino bevuto in terrazza,
col venticello che saliva dal mare, non era una favola? Ma certo, e
quella volta che hai alzato lo sguardo ed hai visto la neve che
abbracciava il costone, pregustando la sciata? Non era una favola?
Sì, una favola, come quella volta, e come quell'altra e se uno ha le
palle di guardarsi dentro senza pietà e con il giusto disincanto,
vedrà che la vita è piena di favole. Certo, il lieto fine è
un'invenzione hollywoodiana, ma chi ha parlato di lieto fine? Il fine
sarà uno e certo e assoluto, per tutti. Moriremo. Ma del tempo che
resta? Eh? Che dite, che ne facciamo del tempo che resta? E non lo
dico perché sono uno che fa jogging tutte le mattine, che si impegna
nel lavoro o che impara il nome giusto di ogni rotolino di sushi, uno
di quelli aggiornati sugli slang digitali, e insomma ci siamo capiti,
io sono un pigro della razza più nobile, di quelli che appunto danno
il meglio di se quando fanno pace col pensiero che moriremo e che
dunque un po' ogni cosa che facciamo, se volete, è una conquista.
Fosse pure preparare il caffè. Una conquista stupenda perché
inutile. Sarò strano? Sì, in effetti me ne rendo conto. Per questo
però l'ho scampata, già, perché la ragione principale per cui sono
qui a zampettare come uno storpio su questa tastiera cercando di dare
una forma a quanto mi ha attraversato come una corrente a 380 volt,
ecco, forse la ragione per cui l'ho scampata è che sono strano. Non
ho detto che mi sono salvato. Come sappiamo e come ci hanno
insegnato, si dice..., si salvano i più forti. Io infatti non
pretendo di essermi salvato, no, io sono sopravvissuto perché ho
saputo sognare, anche se sarei un ipocrita a dire che spesso il sogno
non sia diventato un incubo, in un'accezione decisamente poco
metaforica. Scamparla è vivere quello che ti sta accadendo cercando
di sgusciare fra quelle enormi pietre da macina chiamate destino.
Niente è scritto nella pietra, sapete. E per capirlo devi essere
strano e riuscire a immaginare che quello che sta accadendo sia
qualcosa che puoi modificare. Noi non fuggiremo mai a noi stessi,
tutti abbiamo i nostri demoni, le nostre paure, le debolezze e tutto
l'armamentario patetico della nostra umanità fragile e banale, e chi
lo nega? È quello che dopotutto ci rende quello che siamo. Ma il
punto, infatti, non è fuggire da se stessi. È imparare a surfare.
Perché non si può modificare il corso della vita, gli
innamoramenti, le delusioni, le gioie, le frustrazioni e via di
questo passo, quello che si può modificare è rimanere in piedi, e
per farlo, a volte, si deve cavalcare il caos, perché dopotutto non
siamo così importanti. Ed allora sì che modifichi le cose. Primo
perché rimani su questa realtà, sì, quella di ogni giorno, quella
cosa che si dà tanto per scontata perché nessuno ci spara mentre
andiamo a fare spesa, perché apri il rubinetto ed esce acqua
potabile, o accendi la luce e click, le lampade si accendono, ecc.
ecc., e secondo perché così puoi renderti conto della situazione e
non fartene travolgere. Il destino non esiste. Eh già, questa è la
mia favola, e se ci sono arrivato è perché sono strano, su questo
non ci piove, anche se non sempre essere strani è una bella cosa.
Per nessuno, aggiungo.
E così eccomi qua, in
bilico su questa tastiera come un uomo che si rialza. E potrei anche
lasciare questo bel rigo qua, come finale anche ben congegnato di
questa chiacchierata. Ma la realtà e che non mi sono solo rialzato.
Stamattina sono sceso per ben due volte coi cani. Io un po' li
detesto i cani. Niente di personale con la razza canina. È che a
loro piace andare, si entusiasmano per letteralmente qualsiasi cacata
incontrano, inseguono uccelli che non potranno mai acchiappare, si
rotolano nella terra con l'espressione più felice di questo mondo...
sono dei veri cani! Ma ti insegnano parecchio, spesso più di quello
che sei disposto ad imparare. Tutti gli animali, in fondo in fondo,
hanno questa grande capacità, o per lo meno io ci vedo questo nel
loro comportamento: non riesci a mentire, con loro. Loro non sanno
mentire. Infatti non sono umani. Ma sono forse per questo dei veri
maestri, senza tutto l'orpello della retorica che noi umani diamo a
questo termine così frusto. Ma che loro sanno rendere autentico.
Bene, insomma. Quando dicevo che non mi sono solo rialzato volevo
parlare di qualcosa che sì, ha a che fare con la sincerità, non
dico la verità, quella lasciamola ai credenti, ma con quella giusta
mancanza di indulgenza verso se stessi. Se si indulge nel proprio
dolore, col piacere perverso di intingere il pane nella propria
merda, non si può sognare. Il meglio che possa accadere è avere
incubi. Il non mi sono solo rialzato significa che non so cosa
accadrà, ma intanto avrei voglia di farmi una bella camminata e
raccontare. Non importa a chi o perché, ma proprio come si scambia
due parole lungo il cammino. E non pensare a quanto durerà. Riuscire
a respirare senza l'ansia del domani, sfilare le parole da dentro
come si coglievano fiori da bambini. Vedete, ci vuole poco a
diventare melensi. E la mia sfida è proprio preservare quello che
sento da questo. Purtroppo lo sappiamo tutti: quando si dicono le
cose che abbiamo care si rischia non solo di non farle capire fino in
fondo, ma di equivocarle. Ma a me è sempre piaciuto pensare che alla
fin fine quello che è dentro di noi raramente si riesce a spiegarlo.
O forse lo dico perché sono strano ed invece di farmi un'esame di
coscienza sono qui, esatto, davanti a questo schermo a sbattere su
questi tasti. Eppure per me è questo il modo, ognuno ha il suo, per
capirci io stesso qualcosa. E ripeto, ho sempre pensato che anche se
non puoi proprio rendere le cose così come ce le hai dentro, puoi
però scriverle. È riduttivo, senza dubbio. E non è piacevole come
si pensa. Suonare sì, è più piacevole, ma scrivere no, eppure si
può fare, di là da tante pose e da tante frustrazioni personali.
Dopotutto chissene frega se quello che scrivo non vedrà mai la
pagina stampata – diciamocelo, è la sega mentale che ci facciamo
quasi tutti. È più un'esigenza. Come quando i cani vogliono uscire
a farsi una bella corsa, od anche solo a sedersi culo nell'erba ad
annusare l'aria.
Sapete che vi dico? Oggi
è una bella giornata!

Nessun commento:
Posta un commento