Contrariamente a quel che pretende il senso comune, la narrazione non vive solo di percorsi lineari, di articolazioni complete, ma anche di forme che si enucleano da un'idea ancora informe, come bolle che si gonfiano sul dorso dell'acqua. Ad emergere in questo modo sono spesso alcuni caratteri. Piero Bianchi è uno di questi, fra tutti i miei personaggi da incubo, quello con la struttura di fondo forse più nettamente caratterizzata, ma affatto banale. Ve ne offro due schizzi. Ma abbiate pazienza, prima o poi lo incontrerete di nuovo. Spero non di persona.
Una notte di vento
Lo sente. Ogni volta è come la
prima. Lo sente, il vento, e comincia a sudare freddo, percorso da un lieve e
costante tremore. Lo sente mugghiare, avventarsi sulle finestre. Lo sente
scuotere le persiane malferme. Gli si accelera il respiro: lo sente entrare in
casa, sollevare la polvere, scompaginare i libri in bell'ordine nella libreria,
aggirarsi per le camere come un segugio. I brividi gli scendono lenti per la
schiena, a scariche, provocandogli un'erezione dolorosa. Il vento entra nella
sua camera, la riempie, la satura e poi s'avventa su di lui, sin sotto le
coperte, lo avvolge, lo tocca, mentre i brividi scendono sulla schiena fino al
coccige, passano intorno all'ano, glielo fanno stringere dal terrore. L'uomo si
raggomitola, si spinge le ginocchia al petto mentre il vento lo carezza sul
collo, sulle caviglie, sul volto. Il respiro affannoso, un tremore diffuso e
convulso: i brividi scendono e gli stringono lo scroto in una morsa gelida. Gli
manca il respiro, un blocco afono gli sale dai testicoli in gola ed il vento
cessa, mille aghi gelati gli perforano i testicoli e risalgono sull'asta del
pene, mentre l'uomo viene a scatti, attraversato da spasmi e convulsioni, viene
ripetutamente, bagnandosi il ventre e le ginocchia di sperma caldo. I suoi
rantoli spezzati si perdono nella casa buia e silenziosa.
Si sveglia. Non c'è luce. Nessun suono.
Solo il vento che corre come una muta di cani feroci per le strade ed il
riflesso della luna sul vetro che protegge la grande foto difronte il letto. La
foto di sua madre, Adalgisa Bianchi. Piero Bianchi guarda senza espressione la
sveglia, il viso esangue, l'occhio spento. Sono le 03:35 del mattino. Alza le
coperte. Sul pigiama si vede chiaramente la chiazza di sperma. Si siede sul
materasso ed infila i piedi nelle ciabatte poste ordinatamente sullo
scendiletto. Mentre si piega, sente distintamente il pigiama bagnato premergli
sul basso ventre; lo sperma è ormai freddo, gelato. S'infila distrattamente una
lunga vestaglia. Esce dalla camera da letto, percorre un breve tratto di
corridoio, scende le scale. Va verso la cucina. Il suo appartamento è grande e
ci vive da solo da quando sua madre, quindici anni fa, morì in una notte di
vento rabbioso. Fu una morte dolorosa: la donna urlò fino a sfiatarsi e morì
con il volto sfigurato da una smorfia di panico e sofferenza. Quelle urla sono
rimaste in Piero Bianchi, che non s'è mai più ripreso da quella notte e ne
porta dentro una ferita mai rimarginata. Una ferita che sanguina col vento e
gli prosciuga la mente.
Come in trance Piero si siede sullo
sgabello della grande cucina all'americana, accende la piccola luce che
illumina il ripiano, afferra la copia del Messaggero che ogni mattina il
domestico gli lascia in cucina. Dalle ampie vetrate della casa si affaccia la
notte. Le sue mani sanno cosa cercare: "Relazioni sociali". Da
quindici anni, dalla notte in cui morì Adalgisa Bianchi, suo figlio, erede di
un piccolo impero commerciale, non ha più avuto una relazione con una donna,
fatta eccezione per le decine, le centinaia di prostitute. Tutte regolarmente
pagate. Ma stanotte c'è vento. Stanotte il figlio di Adalgisa Bianchi non cerca
solo uno sfogo alle sue voglie. Cerca il volto amato e sfigurato della madre
che soffre, della madre che muore. Cerca il suo amore negato, il fiato caldo
dei suoi abbracci.
La prima volta
La prima volta ancora se la
ricordava. In preda ad un nodo allo stomaco che gli slegava le gambe e gli
faceva ronzare la testa, era finito direttamente al Flaminio, nella corrida di
automobili che sfilavano nel puttan-tour capitolino di metà anni '80. Auto
tirate a lucido, corpi statuari ed insulti in brasiliano, il via vai delle
comitive di giovanotti con fidanzatine al seguito, il chiosco mobile del
rivenditore di panini caldi, la sagoma scura dello stadio, i palazzi del
villaggio olimpico e il deposito delle auto sequestrate, su e giù per quei
viali dritti ed impersonali dove ogni tanto arrivava una pattuglia della
polizia, giusto per seminare un po' il panico. E gli ingorghi, lo strombazzare,
il fiume di auto che si assottigliava, giù giù fino all'Acqua Acetosa, attorno
ai piedi della collina dei Parioli dove scorreva quel carnaio di tette, culi,
prezzi urlati, sgommate, bottigliate sul parabrezza di qualcuno più stronzo del
solito. Piero era rimasto abbagliato, spaventato ed infuocato dalla vista di
tutti quei corpi. Alla vista delle auto appartate, delle portiere che si
aprivano per far salire o per far scendere. Ma era andato via stordito,
altrove: gli si agitava dentro un disagio più profondo, un desiderio più netto
ed allo stesso tempo indefinito. Gli si ingolfava sotto lo stomaco mugghiando
con la voce della madre.
Annusando il movimento delle macchine,
le luci e le ombre ai lati della strada, aveva guidato aggrappato al volante,
con le mani inguantate e gelide, fino a notte fonda, esausto, sudato, oltre
viale del Lazio, palcoscenico decaduto delle vecchie battone dei bei tempi
andati. Il vecchio quartiere industriale di Grottarossa, con gli opifici in
mattoni rossi, mezzi diroccati, le stradine che non portano da nessuna parte, e
più oltre i campi sperimentali, lo scheletro enorme d'un ospedale da finire e
mai finito se non decenni dopo. Oppure la strada che porta dritta dritta a
Prima Porta, la città dei morti. Fra quelle rotte ellittiche ne aveva trovata
una di puttana, isolata, in un tratto più isolato e più buio. Era la prima
volta che andava con una prostituta. Aveva la faccia squadrata, una bocca
enorme, una pelle dura, una vagina lasca, unghie laccate ed un corpetto di
almeno due misure più piccolo che le strizzava il seno fino a farle uscire i
capezzoli dalle coppe. Aveva i capezzoli pallidi. Piero non sapeva che dire,
tremava e sudava ed era rimasto con i soldi in mano, senza dire una parola.
Quella li aveva prontamente afferrati ed infilati nella borsetta. Ancora se la
ricorda Piero: una borsetta di coccodrillo, nera, con la cerniera della
chiusura a scatto e la tracolla sottile. Erano entrati i soldi e come d'incanto
ne era uscito l'involucro di un preservativo. E l'odore, l'odore prepotente e
violento del profumo e di quel corpo frugato. Piero non era nemmeno riuscito a
farsi infilare il preservativo. Non gli si drizzava. Quella gli aveva anche
preso una mano e se l'era messa fra le gambe. Niente. Allora prima l'aveva
vezzeggiato, poi interrogato, e visto che non rispondeva l'aveva preso in giro,
l'aveva chiamato "cazzo moscio", s'era messa a ridere. Quando le
aveva messo le mani al collo ed aveva cominciato a stringere, quella aveva
ancora la risata negli occhi. Aveva tentato con tutte le forze di divincolarsi,
di menare, di scalciare sotto il cruscotto spingendo indietro il sedile fino a
spaccare lo schienale. Aveva graffiato Piero sulla faccia, sulla testa. Ma a mano
a mano che lui stringeva e premeva, un buco nero davanti agli occhi e nelle
orecchie, il battito sordo del cuore, lei perdeva le forze, come se si
calmasse, si quietasse. Poi gli occhi le si erano capovolti, la bocca aperta ed
ogni segno di resistenza era cessato mentre un rivo di bava le colava ai lati
del mento. Le mani di Piero però rimasero ancora attorno al suo collo, con le
dita che serravano la giugulare, la carotide sfondata. Era rimasto aggrappato a
quel collo, con la patta ancora slacciata e l'uccello floscio di fuori, fin
quando dal buco nero non era emersa la faccia della puttana sconvolta dal
dolore, con il viso deformato dal soffocamento, i tratti scomposti, la lingua
abbandonata tra il palato e le labbra. "Come mi manchi mamma..."
aveva detto una voce.

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