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mercoledì 24 gennaio 2018

VOTARE LOGORA

L'ennesima tornata elettorale si avvicina. Non so più quante ne ho viste in 46 anni. Da piccolo vedevo i palazzi pieni di scritte e simboli. Immaginavo che quelle scritte fossero lì da sempre. Certe volte credevo che i palazzi li costruissero con le scritte già belle e pronte. Quegli slogan, le frasi, le parolacce, i segni, tutto mi pareva far parte del paesaggio, una specie di panorama urbano. E così i manifesti elettorali che spesso venivano incollati uno sopra l'altro fino a creare delle croste pencolanti dai bordi rialzati e spessi. Strappavi un manifesto e sotto ce n'era un altro...

In quella selva di simboli mi ci orientavo male e malvolentieri. Di tutto quel bailamme, dico la sincera verità, a me non arrivava nulla se non l'accanimento delle discussioni che ascoltavo come quando sentiamo una canzone di cui non capiamo le parole, la noia mortale dei telegiornali grigi, tristi, pieni di facce che non mi dicevano nulla, un'eco a volte tremenda, lontana, di base incapace di toccarmi. A me cui la morte sogghiggnava da dietro i visi smunti dei bambini malati di leucemia, sarcomi e malattie strane, mentre disegnavamo in una stanzetta, in attesa delle solite analisi, dei pianti delle mamme, dell'odore d'ospedale, degli aghi e della noia, a me la politica da piccolo sembrava decisamente una cosa scialba, senza senso. Certo, ero un bambino, ma insomma, nel 1976 avevo 5 anni, ma a stare a sentire tanti miei coetanei, pare che a quell'età fossero già nei cortei con le chiavi inglesi in mano. Io no. Non ho alcun ricordo particolarmente vivido ed emozionante di una qualsiasi cosa relativa alla politica. E pensare che il covo dove le Brigate Rosse tennero prigioniero Moro era ad un chilometro o due in linea d'aria dalla scuola elementare che frequentavo.

Già, un quartiere che all'epoca vedeva i primi filippini che venivano a stare a servizio nelle ville sulla Cassia, gli stessi i cui figli, oggi, probabilmente votano a destra. Ma questo sarebbe venuto dopo. Da parte mia, sempre per rimanere nei pressi della via dove avevano tenuto prigioniero Moro - una vicenda che non mi ha mai appassionato, neanche da grande, e che trovo emblematica dell'incapacità del popolo italiano di intendere e praticare un vero scontro di potere, o anche di evitarlo, insomma di fare una scelta chiara - da quelle parti, dicevo, durante il liceo bazzicavo una discoteca simil-punk gestita da un libanese strabico, il Uonna club, l'unico luogo appena fuori dalle righe in un quartiere che col tempo mi avrebbe insegnato, e gliene sarò grato per sempre, il più lucido e sano disprezzo.

Ed il tempo trascorreva, io studiavo, mi alienavo, pensavo alla politica, quando ci pensavo, nello stesso modo piatto e autoreferenziale con cui la leggevo sui libri, ma a dire il vero non ci ho capito nulla di quegli anni, proprio nulla. I mitici anni '80. A me già all'epoca il paese dove vivevo non mi piaceva molto, già, quello che all'epoca sembrava essere in pieno "nuovo rinascimento". E manco i miei coetanei mi piacevano, che per la maggior parte si suddividevano fra persone amorfe preoccupate solo di amorazzi noiosi, fascistelli ignoranti ed ottusi, qualche sinistroide di varia estrazione, raccomandato, che mi dava sempre l'impressione di occuparsi solo degli affaracci suoi, spesso benestante e più stronzo di un liberal americano (in questo eccelleva la gioventù arricchita figlia di quei ladri di socialisti). Insomma, a me facevano tutti, chi più chi meno, abbastanza schifo. Ma il fuori luogo ero io, ed il futuro si sarebbe peritato di mostrarmelo, restituendomi però anche una qualche forma di dignità per non essere mai sceso a compromessi. Integro e morto di fame, coerente col mio spirito da Don Chisciotte, lo stesso che però mi ha dato modo di osservare in tutti questi anni, nel controluce del mio smisurato sognare, la filigrana della grettezza, della meschinità, del degrado umano che ha nutrito senza sosta la politica.

Ad ogni modo, verso i dieci undici anni ficcai dunque la testa dentro i libri e non vidi mai davvero nulla al di là del mio naso. Anni ed anni più tardi ne avrei attaccati anche io alcuni, di quei manifesti. Ma quando ormai la minestra della politica era un brodetto allungato e riscaldato, buono solo per gli illusi come ero io, per l'appunto. In altre parole quando ormai, per mangiare (e non nel senso contadino ed atavico del termine), bisognava fare le cose molto più in grande, come aveva da qualche anno insegnato agli italiani quel perfetto eroe del suo tempo che è Berlusconi. Fu quando ormai il mio sentimento politico da boy scout farlocco spruzzava le ultime stronzate. La realtà dei fatti, quell'incarnazione stronza e spietata della storia, m'avrebbe insegnato l'abc di lì a qualche anno. Ed in questo, ben nutrito dal realismo che solo gli errori, i fallimenti e la forza d'animo sanno in qualche modo fornirti - senza per altro risolvere un cazzo - sono sempre stato molto grato alla brutalità della vita. È l'antidoto migliore. Da bravo Don Chisciotte, quando riconobbi l'irrealtà dei miei sogni e fui costretto a scendere coi piedi in terra, anche io ebbi la mia morte e trasfigurazione. Questo, senza falsa modestia, senza rendermi una persona migliore, mi ha fornito una profondità che non avevo mai avuto in vita mia. La politica, a mano a mano che ne masticavo la concretezza nei debiti, nella perdita del lavoro, nella precarietà, nei tentativi di aggrapparmi con le unghie ed i denti alle ultime minchiate dell'autoimprenditorialità, aprendo una partita iva e stringendomi da solo il cappio al collo per almeno dieci anni, mi si mostrava di là dalla facciata. Ecco, per fare un esempio concreto: sono riuscito a mantenere in me una consapevolezza autentica, anche nel momento in cui mi rendevo perfettamente conto di essere un mero corpo inserito nel tritacarne del sistema attuale, dove è del tutto indifferente il colore o il presunto schieramento.

Ma lasciamo perdere il passato, la palingenesi del disincanto lasciamola ad un'altra occasione. Se ho la consapevolezza che ho, e se penso e sento quel che penso e sento, ho proprio voglia di spararlo in faccia a chi lo merita. Senza nemmeno l'ombra di un rimpianto. E senza starmi a fare la domanda farlocca se ne abbia o meno il diritto. La scelta più limpida, determinata, duratura e razionale, oltre che eticamente fondata, che ho preso in vita mia relativamente alla politica - dopo essere arrivato a fare il segretario di sezione, un'onta di cui ancora oggi, che di minchiate e azioni da farabutto ne ho collezionate una sfilza non indifferente, mi vergogno profondamente - è stata quella di non votare più. Il voto è una macchina infernale che ci abbindola con la fetida morale cristiana dell'impegno, ci illude di contare qualcosa, ma in realtà non fa che catturare quella misera caccola di potere che abbiamo per consegnarla ad altri in maniera non reversibile. Il voto è una macchina costruita ad arte per rapinare, illudendo il coglione di turno - colui il quale gonfia il petto, nella sua morale piccolo borghese, pensando di potersi definire cittadino perché votante - di essere in questo modo protagonista della politica. E non venitemi a dire che alle prossime elezioni allora si può votare questo o quell'altro. Sul carrozzone che si spartisce le nostre caccole di potere ci si sale solo se si hanno determinate caratteristiche, miei cari fessacchiotti: estrazione sociale, status economico, appartenenza ad organizzazioni e ambienti di un certo tipo. Poi ci sono quelli che ci arrivano perché ci credono veramente, si impegnano, lottano. E sono i peggiori. Sì, perché sono gli ultimi arrivati, quelli che quando imparano a mangiare, si rendono conto che è bello e fa piacere. Il potere logora chi non ce l'ha, diceva giustamente Belzebù. Per questo io non voto.

Il non votare non mi esime però dal poter giudicare lo spettacolo veramente pornografico che la politica sa dare, fedele interprete, in questo, proprio della morale di chi vota e della natura profonda del paese (nel nostro caso natura servile, plebea, plasmata da secoli del peggior cattolicesimo). La democrazia ha infatti questo di interessante, vista con ironia e disincanto: riesce a dar vita a forme di potere così raffinate ed intimamente oscene, così pervasive e accuratamente costruite attraverso la cultura dei consumi, da risultare veramente distruttiva di ogni legame umano in un modo che neanche i vecchi regimi totalitari sarebbero stati in grado, pur con tutta la loro ferocia, di eguagliare. Neanche i gulag hanno distrutto le menti ed i cuori delle persone come cinquant'anni di consumismo e democrazia liberale. La ferocia dei totalitarismi, semmai, risvegliava le coscienze, animava i cuori, le menti, richiedeva l'imperativo di restare umani, paradossalmente sia alle vittime che ai carnefici. Ed oggi invece ci chiedono di andare a votare.

Andate anime belle, andate cuori candidi, andate agnellini sacrificali. Qualcuno di voi magari si riempirà la pancia, altri si gonfieranno l'orgoglio, altri affideranno la speranza a quel pezzetto di carta - da parte mia se proprio fossi costretto con le spalle al muro preferirei un mitra - ma tutti voi che entrerete in quella metonimia della coscienza che è la cabina elettorale - già, pensate quanto a fondo nello stesso modo che avete di rappresentare il vostro pensiero sono entrati, i bravi democratici - per votare, tutti voi firmerete l'ennesimo assegno in bianco, consegnerete una volta di più le vostre speranze, i vostri desideri, il vostro impegno, la vostra fiducia, ad un meccanismo che di voi, presi come singole persone, ha bisogno solo per legittimare se stesso. Io no. E non mi sfiora neppure l'idea. Nutro la sensata convinzione che chiunque si alterni alla guida di questo sistema realmente democratico, fatte salve mere differenze di retorica, ma ormai spesso neanche più quelle, debba seguire ben precise linee di azione. E statene certi miei candidi democratici, democretini, compagnucci, camerati, movimentisti ed amici di 'sta minchia, non intaccheranno mai e poi mai i veri centri di potere, lasciandovi solo le briciole della retorica, dell'odio, dei valori (una parola che usata dai politici mi sollecita ormai in modo quasi fisico l'ilarità), delle chiacchiere. Alla meglio vi faranno credere d'essere popolo, d'essere onesti, ed una volta di più nasconderanno la realtà di un mondo basato sullo sfruttamento, sul dato di fatto che c'è chi si arricchisce sulla pelle degli sfruttati, un mondo che produce differenze abissali, dove qualche manigoldo guadagna in un paio di giorni quello che un povero cristo non arriva a guadagnare in una vita. Che bella la democrazia. Su, coraggio, ed ora andate a votare.

Un'immagine soggiace a questa mia tirata finale, a questa filippica nutrita d'ironia e sarcasmo, ed è un'immagine potente, volgare nel senso più genuino del termine, carnale, fisica, concreta, tutto il contrario dei discorsi astratti ed altisonanti fatti da quella congerie di magnaccia che si fanno chiamare di volta in volta parlamentari, senatori, ministri, presidenti, primi ministri, duci, segretari, amministratori, imprenditori e via discorrendo. È un'immagine sana, forte ed immediata, a cui manca forse il pregio della progettualità o della finezza intellettuale, ma che di sicuro esprime in modo inequivocabile il mio sentimento verso la classe politica che il paese in cui vivo esprime. Un'immagine semplice ma non banale e che posso esprimere con una frase normale. Io penso che una mia cacata valga molto più del voto che costoro ricevono. Per parte mia, ai campioni di questo paese non darei certo il voto, no, ma li terrei a grugno basso, a mangiare merda. E penso davvero, in questo modo, di essere anche generoso.







































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