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sabato 31 dicembre 2022

 ERINNI, METROPOLI, POLITICA E TERRORE


Il testo che vi presento oggi lo scrissi ventuno anni e qualche mese fa. Quando terminai di scriverlo, mi sorpresi a rileggerlo con la sensazione di aver messo piede in un terreno di riflessione che ancora non conoscevo bene, ma che trovavo estremamente congeniale al mio modo di ragionare. Alcuni elementi emersi dalle riflessioni che mi "spuntarono" dalle dita mentre scrivevo, costituiscono ancora oggi punti di riferimento ineludibili di come penso e definiscono le linee di forza lungo le quali organizzo i materiali che rumino in testa.

Da poco c'era stato l'attentato alle Twin Tower e con i colleghi dell'epoca e amici di sempre, Fabio Tarzia e Emiliano Ilardi (tutti all'epoca nell'armata "romana" di Giovanni Ragone, con cui lasciammo un segno non indifferente presso la Facoltà di Sociologia dell'Università di Urbino), presentammo le nostre relazioni a un seminario specificatamente dedicato alla metropoli, nel quale il tema veniva declinato a partire dall'attentato che era avvenuto circa un mese prima.

Da poco c'era stato l'attentato alle Twin Tower, e con i colleghi dell'epoca e amici di sempre, Fabio Tarzia e Emiliano Ilardi (tutti all'epoca nell'armata "romana" di Giovanni Ragone, con cui lasciammo un segno non indifferente presso la Facoltà di Sociologia ad Urbino), presentammo le nostre relazioni ad un seminario specificatamente dedicato alla metropoli, nel quale il tema veniva declinato sull'attentato che era avvenuto circa un mese prima.

Io portai questa relazione, illustrandola probabilmente, come facevo all'epoca, nel modo più ingarbugliato possibile. E per fortuna era ancora una versione più ridotta. Incuriosito da quanto vedevo che ne veniva fuori, ampliai quella relazione fino a darle la versione che potete leggere più sotto. E fu con questo articolo che nel 2003 mi guadagnai una pubblicazione di tutto rispetto. Ero iscritto a un forum, mi pare si chiamasse "DonJuan on-line", o qualcosa del genere, e discutendo diedi da leggere il mio testo. E tramite uno dei membri del forum col quale avevo interagito più spesso, Antonio Casilli (oggi Professore associato di Digital Humanities presso il Telecommunication College of the Paris Institute of Technology, qui il suo blog attuale: https://www.casilli.fr), il testo finì pubblicato - con il serioso titolo Metropoli globale. Forme urbane e virulenze del capitale sul n°17, anno VII, di Cyberzone (Naufragi con spettatori?). Il pezzo, nel tempo e nei luoghi in cui è apparso a mano a mano che gli davo forma, ha assunto diversi titoli. Quello con il quale ve lo posto è il titolo con cui apparve nel forum.

Alcuni concetti che lì esprimevo, ancora indugiando all'ombra del dubbio, incerto sulle forme e le direzioni che la mutazione in atto avrebbe preso, dopo ventuno anni, in me li ho precisati - spesso con dolorosa consapevolezza - così come la mia incertezza si è attenuata, in merito soprattutto al consolidarsi di alcune tendenze ormai abbastanza evidenti e decisamente inquietanti.

In quell'attentato, da qualunque parte esso sia provenuto e qualunque preparazione esso abbia avuto, dovremmo ormai vedere non solo uno spartiacque storico, ma anche un esempio di rappresentazione mediatica, con tutto quello che questo tipo di operazioni implica in tema di ambiguità del percepito e di costruzione dell'evento. A me pare, ad oggi, che quell'evento abbia definitivamente fatto crollare qualsiasi illusione di razionalità intellettuale ed abbia reinserito nel circuito della storia sia la dimensione religiosa - nei modi e con le forme di una partita di giro fra islamismo politico e neoliberismo, due attori di uno stesso copione - sia, a distanza di un ventennio, un prepotente realismo politico.

Ad ogni modo, a ventuno anni di distanza, questo testo che vi propongo mi pare conservare molta della sua attualità. Valutate voi.



FURY OVER NEW YORK

Città, violenza e mitologie politiche


Il compito di una critica della violenza(1) si può definire come l’esposizione del suo 
rapporto col diritto e con la giustizia. Poiché una causa agente diventa violenza, 
nel senso pregnante della parola, solo quando incide in rapporti morali. La sfera 
di questi rapporti è definita dai concetti di diritto e di giustizia. Per quanto riguarda, 
anzitutto, il primo dei due, è chiaro che il rapporto fondamentale e più elementare 
di ogni ordinamento giuridico è quello di fine e mezzo; e che la violenza, per cominciare, 
può essere cercata solo nel regno dei mezzi e non in quello dei fini." 

[Walter Benjamin, Angelus Novus. Scritti filosofici]

(1) Il termine tedesco per «violenza» (Gewalt) significa anche «autorità» e «potere». 


L’angoscia che ci ha colpito per gli attentati terroristici negli Stati Uniti trova probabilmente un suo terreno di sedimentazione nella percezione, drammatica e violenta, della progressiva scomparsa della metropoli. La rappresentazione violenta della sparizione sottoforma di distruzione rappresenta l’elemento terrorizzante, l’emergere dell’irrazionale nella sua dimensione di funzione del potere. 

La sedimentazione secolare delle pratiche, dei valori e delle forme di vita urbane prima e metropolitane poi, fa parte dell’archeologia dell’immaginario di massa. L’infrazione di quest’immaginario fatto di forme rappresenta un elemento perturbante perché porta alla superficie l’aspetto funzionalista della metropoli postmoderna, il suo essere una struttura di pratiche e consumi più che un reticolo sociale, una forma di convivenza. 

Che le forme stesse della metropoli moderna stessero scomparendo, era un fatto noto da tempo. La scomparsa poteva declinarsi sul versante dell’esplosione (le megalopoli) o della dissoluzione/frammentazione (Los Angeles o il tessuto urbanistico del Nord-est nostrano). Che questa scomparsa fosse dell’ordine del controllo, però, non era prevedibile, anche se la rivolta di Los Angeles aveva comunque fatto emergere l’aspetto irrazionale e violento dell’interazione sociale sottesa alle funzioni sulle quali il tessuto urbano si plasmava.

Come ogni atto di sabotaggio semiotico, il terrorismo ha però reificato la tematica della perdita di forma della metropoli attraverso un atto informe come la violenza e la distruzione. È emersa in maniera traumatica la componente funzionale della metropoli. Così come la violenza terroristica è stata strumentale (cioè mezzo) per affermare una proposizione teologica, allo stesso modo la fragilità materiale della metropoli ha portato alla luce il suo carattere processuale, ben occultato sotto la metafora delle forme architettoniche.

Una tragedia culturale e sociale di cui poco si è parlato è proprio quella dell’emergere di un’identità della metropoli assolutamente funzionale alle logiche del capitale, in cui gli spazi del privato sono annichiliti dalla violenza. 

Una scoperta così drammatica dal punto di vista dell’eredità culturale democratica di cui l’Occidente si fa paladino, come la scomparsa della metropoli in quanto forma d’interazione sociale e struttura materiale d’incontro (anonimo e casuale quanto si vuole, ma garanzia di libertà), è avvenuta in modo del tutto imprevedibile, o come direbbe Lotman, esplosivo.

Il crollo del tempio immaginario della metropoli in quanto simbolo funzionale della teologia del capitale è stato uno shock enorme. Per provocare un tale disvelamento, occorreva solo una teologia speculare e contraria in cui tutto venisse declinato nel segno inverso ed in cui la violenza fosse utilizzata a fini immaginari attraverso un atto esso stesso spettacolare.

Al posto dell’esorcismo sociale e fantastico dell’astronave degli alieni che in Indipendence day distrugge la Casa Bianca, la reificazione di due jet di linea che si schiantano con tutti i loro innocenti passeggeri sul simbolo del potere e dell’autorità del capitale. 

La genesi della paura emerge quindi dalle logiche fantasmatiche della sublimazione filmica per farsi fatto. In questo, le dinamiche dell’immaginario segnalavano già la riduzione della metropoli a segno prima che a forma, a servomeccanismo materiale delle logiche rappresentazionali del capitale, prima che a luogo d’interazione.

Ci scopriamo orfani di un modello sociale che ci aveva accompagnato con la sua paideia sin dall’affermazione della modernità (proprio in questa meravigliosa città di Urbino trovò una delle sue enunciazioni formali più elevate nell’intreccio tra corte e città, tra forme d’interazione personali e sociali). 

Ci rimane la paura, capace di attraversare a cavallo dei media le metropoli e le loro pareti di vetro (come segnalava rispetto alle pareti domestiche Abruzzese ne La grande scimmia) e di ricondurci nel grumo irrazionale al fondo del politico e della giustizia.

In che modo una politica della paura può modificare le abitudini d'uso delle metropoli? Dopo la comune di Parigi, interi quartieri furono abbattuti per costruire vie di comunicazione veloci e larghe, che impedissero le barricate e permettessero le cariche di cavalleria per disperdere i manifestanti. Parigi vide modificata la sua struttura di base. Cosa può accadere alla simbologia architettonica dell'altezza, dopo gli attentati dell'11 settembre?

Che ruolo gioca la costruzione mediatica del terrore nell'allestimento di un immaginario sociale di controllo? Parallelamente alle istituzioni di sorveglianza e controllo tipiche della modernità (ospedali e carceri), si corre il rischio, attraverso la creazione di un ambiente mediatico che "pompa" paura nell'informazione e dunque nel sistema nervoso centrale di miliardi di persone, di estendere le dinamiche del controllo a tutto il tessuto sociale, esternalizzando le stesse dinamiche carcerarie ed ospedaliere. Oltretutto con gli stessi insuccessi in tema di rieducazione e cura, peraltro funzionali proprio al controllo (che non serve a prevenire i danni ma ad amministrarne il carico di paura). 

La distruzione del duplice tempio della globalizzazione economico-finanziaria ha travolto un immaginario ed ha scoperto, metaforicamente ma con un fondamento materiale (un incrocio di travi che ha resistito al crollo), la croce che sorregge la teologia sociale cristiana del primato della ricchezza, della trasformazione del sangue che redime in denaro che rende. 

Lo scontro in atto, infatti, è uno scontro di teologie sociali (la vita al servizio della morte santificatrice per i talebani, la morte al servizio della vita profittevole per gli americani) e per questo rischia di divenire globale: per le sue implicazioni nel sistema di credenze sociali. Tecnologia elevata da una parte e dall'altra (macro e spettacolare per gli Usa, micro e da nascondere per i talebani) si confrontano su di un fondale di argomentazioni e bisogni basilari, o presunti tali, in versione retorica (da un lato la fede e la fame, dall'altro la vendetta e la paura, per entrambi l'ipertrofia dell'identità). Su tutto si stende e si impasta la macchina ansiogena dei media, che immettono adrenalina nel sistema nervoso mediatico, cercando di provocare infarti sociali con continue scariche fatte di violenza e angoscia, patetismo e fatalismo. 

L’Europa conosce forme d’aggregazione sociale urbana che alla luce delle pratiche abitative in aree residenziali private americane, possono risultare foriere di panico. Questo panico ci invita a pensare lungo due direttrici. Una riguarda le forme urbane aperte rispetto a quelle chiuse, l'altra rispetto alla tradizione della struttura urbana come culla della democrazia. La prima ci richiede di distinguere attentamente tra strutture urbane aperte, sebbene controllate da polizie ed apparati di vigilanza tecnologici, e chiuse.

Le prime si prestano ad essere usate, sebbene parzialmente, in maniera aperta (pensate al Village di New York, al quartiere latino di Parigi, a via dei Volsci a Roma, ecc.). Pur non essendo state progettate per, vengono utilizzate per, determinando una loro forte riconoscibilità sociale (data dal rafforzamento del codice interno a quella porzione urbana) ed una loro forte identità, che funzionano anche come elementi selettivi verso l'esterno. Quest’uso delle forme urbane è influenzato dalle avanguardie del primo novecento e dall'idea che la metropoli sia plasmabile dagli usi che se ne fanno (Abruzzese).

Le seconde riproducono una tradizione antichissima di separazione urbanistica (le acropoli, le città proibite, i recinti sacri, le residenze principesche, ecc.) ma lo fanno in una struttura sociale mondanizzata, in cui l'unica teologia possibile è quella del capitale. Gli apparati di controllo sono una manifestazione del potere che amministra i riti e le credenze relative a questa teologia e proteggono/recludono (come i carceri e le cliniche) i suoi officianti, consapevoli o meno, ripagandoli con il sentimento della sicurezza, ovvero la sublimazione capitalistica della segregazione. Le teorie politiche che fondarono lo zarismo nel XVI sec. (provenienti da Bisanzio e dalla Valacchia in particolare) prevedevano anche che la persona che incarnava il potere rimanesse celata ed inaccessibile alle masse, per coltivare e rinfocolare le credenze e la sensazione della sacralità del potere. Le strutture residenziali private seguono questa impostazione, ma secondo i dettami della teologia capitalista, ovvero senza personalizzazioni (l'individualismo è solo un elemento del catechismo sociale, funzionale allo smembramento della percezione di sé come parte di un insieme più vasto, cioè della società, che è un altro moribondo della civiltà del tramonto) e con la celebrazione della proprietà come collante e veicolo d'identificazione. 

La paura è il puntello interno di questo sistema ed attinge la sua forza nelle aree dell’irrazionale sublimato dalla tecnologia.

Dire che l'Europa abbia prodotto più strutture urbane aperte è vero in parte. I primi esperimenti di segregazione urbana (sebbene di segno inverso) sono nate proprio da noi con i ghetti. Parigi è la prima città che ha subito ingenti ristrutturazioni urbanistiche per motivi di sicurezza ed ordine pubblico. Anche il muro di Berlino era la materializzazione di una struttura di controllo, così potente da distruggere il concetto stesso di spazio sociale urbano.

Riguardo alla tradizione della struttura urbana come culla della democrazia, dobbiamo seriamente considerare che proprio il controllo e la pianificazione urbanistica furono il "biglietto da visita" della nascente democrazia. Nell'antichità con l'Atene di Pericle, nella modernità con i quartieri operai di Londra. Se nel primo caso l'idea di democrazia si rifletteva sulle forme urbanistiche attraverso l'allestimento di spazi e di strutture che significassero l'idea che la città aveva di sé e dei propri valori (e la politica come la intendiamo noi occidentali è indissolubilmente legata a questa dinamica, a parte la filiazione etimologica del termine proprio da polis), nella modernità la struttura urbana è stata sempre un veicolo d'affermazione del capitale. Basti pensare appunto a Londra, alle degenerazioni come l'abusivismo o la speculazione edilizia, alla proliferazione delle attività commerciali e sociali legate al consumo, anche quello più minuto, al trasporto, alla fornitura di servizi, ecc. Basti pensare alla progressiva erosione delle forme metropolitane a favore dei consumi, appunto, ed alle funzioni del capitale.

Le città dell'Urss erano in questo più antiche, richiamavano l'idea ateniese e monumentale di città come espressione architettonica ed urbanistica di un'idea. Nel secolo appena terminato, però, le idee di pianificazione urbana, così come di pianificazione sociale, sono fallite o sono degenerate. Cosa è rimasto? Se la paura è veramente ormai il più potente collante sociale, con una valenza quasi archetipica, allora ecco che la metropoli scompare, perché scompare la sua ragione di esistere, ovvero dare una forma (per quanto modificabile e riutilizzabile) alle forme del vivere collettivo. La sua scomparsa, però, non va intesa in senso materiale (Mexico City, San Paolo, Tokyo, Il Cairo, ecc. ci dicono il contrario), ma nella riduzione dello spazio da forma a funzione. 

In questo, allora, possiamo forse intravedere la fine dell'idea di democrazia così come l'abbiamo conosciuta sino a ieri? 




Le Erinni "È Bene a volte il terrore. È bene che sul cuore degli uomini abbia il suo posto di guardia. 
Il dolore giova a saggezza. Chi mai, o città o uomo mortale, che nessun’ansia, finché vivo, abbia avuto nel cuore, potrà tuttavia venerare Giustizia?" vv. 517-525.
 
"… e di non scacciare del tutto dalla città il timore perché senza il timore nessuno dei mortali opera secondo giustizia" vv 698
[Eschilo, Eumenidi]


A fondare l’idea stessa della polis c’è l’idea della giustizia. Le categorie del politico e della giustizia rappresentano per la terra del tramonto una vera aporia. Il politico, infatti, potrebbe rappresentare una sublimazione sociale di tematiche decisamente legate alla sfera dell'irrazionale, o che affondano le loro motivazioni nel legame tra l'impotenza dell'individuo e la forza delle norme. Nella mediazione tra queste due dimensioni consiste il declinarsi di differenti soluzioni politiche. Tutto lo sforzo positivista e storico s’incentrò proprio nel rimuovere quest'aspetto, sebbene le stesse premesse che lo muovevano erano, in nuce, la teologia del capitale (basta leggersi gli autori francesi a cavallo tra '800 e '900 per avere una rappresentazione letteraria, tecnica ed immaginaria di questo fatto, penso soprattutto alla Commedia umana).

La paura, dunque, l'atteggiamento di sudditanza al potere che emana da qualcosa di irrazionale e spaventoso costituisce probabilmente uno dei fondamenti antropologici più radicati ed arcaici del politico.

Nel ciclo sugli Atridi, Eschilo esplora benissimo questo concetto, in particolare attraverso le figure delle Erinni (tramutate dopo la sentenza dell'Areopago in Eumenidi) e nelle ragioni che fondano la creazione del tribunale come luogo di compensazione del conflitto.

Sappiamo la vicenda. Oreste, al quale la madre fedifraga ha ucciso il padre per vendetta del sacrificio della figlia Ifigenia, si vendica ed uccide prima l'amante Egisto e poi la madre. La legge arcaica, quella ctonia del sangue, vuole che egli sia perseguitato dalle Erinni, disgustanti uccellacci che lo seguono maledicendolo. Oreste si rifugia prima nel tempio di Apollo, poi in quello di Atena, i due campioni delle nuove divinità olimpiche. Atena, per decidere, visto che si trova nell'imbarazzo di dover contraddire la vecchia legge, ributta nel campo degli umani la decisione e fonda, con la partecipazione dei migliori della città (gli aristocratici) l'Areopago, il tribunale.

E qui entra la mia considerazione. Primo: uno strumento di giustizia e di amministrazione politica della città, si fonda per dirimere una questione di sangue. La vecchia legge stabiliva che le vicende legate al ghenos si risolvessero, sostanzialmente, con qualcosa di simile alla faida. Le Erinni, mentre Atena sceglie i migliori, fanno una considerazione che ideologicamente già introduce la soluzione che escogiterà la dea per non far esplodere lo scontro tra la vecchia e la nuova legge, e dicono: "È bene a volte il terrore. È bene che sul cuore degli uomini abbia il suo posto di guardia. Il dolore giova a saggezza. Chi mai, o città o uomo mortale, che nessun’ansia, finché vivo, abbia avuto nel cuore, potrà tuttavia venerare Giustizia?" vv. 517-525.

La dimensione in cui giudica l'Areopago è interessante. La legittimazione ed il rispetto delle sentenze e delle leggi, oltre che del tribunale, è demandato infatti al terrore, all'apparato scenografico e rituale che il tribunale segue per giudicare, e che deve incutere il terrore nel giudicato e negli astanti.

Si tratta di una sintesi dell'ordine delle divinità olimpiche (incarnanti un principio mascolino) che sussumono la legge del sangue in un apparato di leggi ispirate alla saggezza, ma che conservano lo spirito del rispetto delle norme, ovvero il terrore.

Atena infatti, riecheggia quanto detto prima dalle Erinni ed afferma che: "… non scacciare del tutto dalla città il timore perché senza il timore nessuno dei mortali opera secondo giustizia" vv 698. Riamane però il problema di come portare a compimento questo mascheramento, ovvero di cosa fare delle Erinni. Al di là di quanto possa apparirci oggi, si tratta di un problema politico e non mitografico (i tragici si servono per lo più di materiale già esistente).

Atena, con un'operazione che ha un'attualità devastante, dopo il giudizio trova una soluzione del tutto conforme al mascheramento adottato per le leggi. Ovvero trasforma le Erinni in Eumenidi e le loro maledizioni in benedizioni. In sostanza porta a compimento, anche relativamente ai soggetti che interpretano la vecchia legge, quell'operazione di mascheramento. In sostanza chiude dentro la facies della benedizione il memento divino al terrore. Quest'operazione apollinea astrae la ragione del terrore e la sussume in un ordine razionale (maschile). Ne cela la dimensione irrazionale e la fonda, politicamente, sul potere legale.

Di qui l'argomento tabù della legittimazione delle leggi e del loro fondamento. Secondo: come si salva Oreste? Coerentemente con l'opera di sintesi e mascheramento della vecchia legge in un nuovo apparato che lo fonda, il tribunale dell'Areopago emette una sentenza in cui i voti di colpevolezza sono in numero eguale a quelli di innocenza. Sarà Atena, in qualità di presidente del tribunale, a votare per salvare Oreste. Non scordiamoci che Atena, per quanto donna, è nata per partenogenesi dalla testa di Zeus (una bella sineddoche per una teodicea). Questa precisazione serve perché l'arringa di Apollo a difesa di Oreste si gioca principalmente su di un fatto che risulterà decisivo per l'assoluzione dell'imputato, cioè la dimostrazione che il figlio non è della madre, ma del padre, in quanto il seme da cui nasce trova nella madre solo nutrimento, ma il principio generatore sarebbe maschile. Questo autorizza Oreste a vendicare l'uccisione di Agamennone, perché propriamente era lui il suo vero genitore, e non Clitemnestra, propriamente solo nutrice. Non attardiamoci, però, dopo secoli di misoginia giudaico-greco-cristiana sull'aspetto sessista, ma pensiamo con quale argomentazione si fonda la prima sentenza del più importante istituto politico di giustizia dell'antichità.

Una sentenza che dice la rimozione dell'ordine ctonio matrilineare con quello apollineo patrilineare (e non parlo di una cosa da poco, dato che questa concezione ha avuto sino al secolo appena terminato, ed ancora oggi, ricadute evidentissime proprio negli apparati giuridici).

Con quest'operazione si fonda definitivamente l'aspetto politico della giustizia, sotto un'apparenza razionale, ma con una sostanza terrorizzante. L'implicazione di questo mascheramento del terrore sotto le spoglie della legge e della politica, trova oggi metafore tragiche e luttuose nella giustizia (divina, per l'appunto, e qui la metafora è un po' più esplicita) che avrebbe guidato i terroristi suicidi contro le Twin Towers ed il Pentagono, e nell'operazione militare che inizialmente, con una coerenza troppo veritiera per non suscitare ira negli altri, gli Stati Uniti avevano battezzato "Infinita giustizia", ma che sempre coerentemente con la strumentazione politica tipica di noi abitanti della terra del tramonto, è stata ribattezzata (forse su suggerimento di Atena?) "Libertà duratura", la stessa pace ed armonia a cui mirava, appunto, l'Areopago.

Quello che oggi rende ancor più inaccessibile il cuore irrazionale che legittima e fonda la politica, è sia la teologia che lo instaura (quella del capitale), sia la veste sociale con cui questa si presenta, ovvero quella di un apparato scenotecnico di tipo iperrazionale e tecnologico. Quando Lacan sosteneva che l'inconscio è strutturato linguisticamente, ma che il significante non è conoscibile, forse diceva anche che la politica, dopotutto, trova una sua dimensione nella mitologia.







domenica 18 dicembre 2022

 UN VECCHIO ARTICOLO PER L'INSERTO CULTURALE DI LIBERAZIONE


Non ricordo se era il 2006 o il 2007. Mi ero da poco trasferito a Milano, e fra le cose che mi trascinavo appresso da Roma, c'era una mia partecipazione al volume collettaneo, stampato dalla DeriveApprodi, Possibilmente freddi. Come l'Italia esporta cultura (1964-1980). Ero uno della dozzina di Douglas Mortimer che aveva firmato quel libro sulle forme espressive con cui il nostro paese era stato capace di leggere e rappresentare una stagione di conflitti sociali fra le più intense, lunghe e sanguinose di tutto il mondo cosiddetto occidentale. Ancora oggi quel libro ha rappresentato per me un esercizio di riflessione non da poco, sebbene il mio contributo si fosse limitato alla vicenda, per altro non di poco conto nel panorama culturale italiano dei primi anni Settanta, del poliziottesco. Una forma filmica di cui si sarebbero dichiarati debitori non pochi registi di fama mondiale, uno su tutti Quentin Tarantino.

Quando ero ormai da qualche tempo a Milano, come strascico di quella collaborazione - che segnò il mio addio a Roma - sull'inserto culturale del quotidiano comunista Liberazione - non ricordo più il nome dell'inserto, probabilmente a causa dell'intensità, diciamo così, del decennio successivo a quegli anni - comparve un mio contributo sul noir come forma letteraria capace di fare i conti col passato del nostro paese.

Ovviamente mi esprimevo come sapevo fare all'epoca, ormai penzoloni su un baratro personale e esistenziale che mi avrebbe condotto assai lontano, in ogni senso. E oggi, a dirla tutta, non scriverei quel pezzo allo stesso modo. Però penso che in quell'articolo, che riporto qui di seguito, avessi colto una reale peculiarità del noir italiano, almeno di un certo periodo.

Eccolo qui di seguito, con l'assurdo titolo che gli diede la redazione.


IL NOIR NEL PAESE DEI MISTERI


La scrittura del noir italiano, di là dagli stili dei vari autori, ha una caratteristica abbastanza singolare. È una scrittura "di strada". Più di molte altre scritture letterarie, infatti, il noir italiano esprime una lingua viva e vitale, aspra, adattissima a modellare e a rendere la tensione senza mediazioni, la plasticità delle situazioni, i chiaroscuri dei caratteri e l'urgenza e la velocità dell'azione. E questa scrittura si esercita soprattutto nella ricostruzione del passato, nel tentativo di chiudere storie non chiuse, di riannodare legami e contatti perduti, spostando il presente della narrazione indietro nel tempo. Inevitabilmente questa dimensione prospettica della scrittura, associata alla sua vivacità - che non è riducibile al registro del parlato o a inserti gergali e semi-dialettali - cala le storie raccontate da noir in un contesto storico, assai spesso identificabile negli anni '70, ma non solo. Ovviamente questa caratteristica - che da Carlotto a Dazieri, da De Cataldo a Lucarelli, viene declinata su diversi registri - non è una semplice notazione stilistica, bensì richiama una peculiarità italiana del noir. Il noir italiano, infatti, senza voler generalizzare, ma con una tendenza diffusa e abbastanza estesa, è prima di tutto una scrittura che fa i conti col passato. E lo fa inserendo in contesti storici ben precisi - a volte con ricostruzioni documentate e verosimili, come nel caso del celeberrimo Romanzo criminale per la banda della Magliana - le vicende narrate. La resa migliore di questa scrittura, nella sua specificità italiana, è l'ibridazione fra poliziesco e memoria storica, fra autobiografismo e affresco generazionale. Le vicende che costituiscono il materiale narrativo, infatti, non si staccano dal contesto assumendo valore autonomo - come accade nel giallo, ad esempio, o nei noir basati sui serial killer - bensì si saldano alla ricostruzione storica e soprattutto politica. Con una presenza a volte rilevante di elementi biografici o autobiografici, a ribadire il portato di scrittura "volgare" e romanzesca. Il programma televisivo Misteri d'Italia, condotto dallo stesso Lucarelli, è in questo senso assai esemplificativo: le caratteristiche narrative del noir utilizzate per ricostruire spezzoni di storia nostrana. Tentativi simili, dalla mostra sugli eventi di nera, ai libri che ricostruiscono vicende delittuose e storie criminali, testimoniano della notevole forza espositiva e espressiva che il noir ha in questa particolarità italiana.

Come avevano già ampiamente dimostrato i film polizieschi degli anni settanta, infatti, gli scenari del conflitto sociale si tingono immediatamente di venature politiche, nella stragrande maggioranza dei casi di segno estremo. La storia puramente criminale, come quelle dell'americano Edward Bunker, fatica a non tingersi in breve di una connotazione politica. Un noir di grande successo, Arrivederci amore ciao - come molti altri reso sul grande schermo - si apre ad esempio con il protagonista in clandestinità nelle foreste sudamericane, al seguito della guerriglia marxista. Ma più che una specifica colorazione politica, il noir italiano funziona nei suoi meccanismi narrativi più efficaci proprio quando, andando a ricostruire, o comunque contestualizzando la storia che racconta, si fa politico, anima la violenza con una componente di conflitto non mediabile né necessariamente del tutto criminale. La mediazione che nel noir americano viene svolta dall'attività investigativa della polizia, o dall'angolo visuale del criminale, nel caso italiano in qualche modo viene assorbita da forme di contrapposizione tra le forze in goco - singoli o gruppi - che agiscono spesso nelle forme della politica, che con la politica più torbida tramano, flirtano, collaborano. Criminali a tutto tondo, nel noir italiano, non se ne trovano molti.

Dove va ricercata l'origine di questa specificità? La storia del successo di questa scrittura nel panorama editoriale italiano, rintracciabile nel lancio della collana Stile libero della Einaudi (1996), forse non a caso si apre con un romanzo ambientato durante la guerra civile spagnola, fra i fascisti italiani: Guernica di Lucarelli. Ma quella che potrebbe apparire solo una tendenza generalizzata, ovvero l'ambientazione al passato delle storie, evoca invece, attraverso la tipologia di scrittura del noir italiano, l'urgenza di una riflessione sulle forme in cui la nostra cultura si rappresenta il conflitto sociale.

E se la stagione che più di ogni altra nella storia nazionale recente è stata epoca di conflitto sociale portato alle estreme conseguenze, gli anni Settanta, allora bisogna notare come nessun'altra scrittura romanzesca si sia occupata di questo periodo così sanguinoso della storia nazionale e delle vite dei suoi protagonisti come fa il noir. Il linguaggio, le azioni e le motivazioni che muovono i personaggi di questi romanzi collimano con quello di strada, nella massima "volgarizzazione" romanzesca di bachtiniana memoria. La biografia raccoglie temi e spunti che solo nella forma del noir riescono a parlare di una storia recente accuratamente rimossa, criminalizzata e criminale, che mai aveva così profondamente attentato alle malferme fondamenta della repubblica. Il noir italiano è politico perché in nessun paese i confini tra criminalità, stato, politica e eversione sono stati così sfrangiati, così ambigui e minacciosi verso il cittadino. Che si scrivano oggi questi romanzi forse lo si deve non solo alla lentezza con cui le lettere metabolizzano l'immaginario, ma anche perché vengono oggi al pettine della storia nodi rimasti irrisolti da quegli anni: la legittimazione istituzionale, il fallimento delle agenzie di formazione (scuola, famiglia, partiti, chiesa), l'incapacità della politica partitica di mediare il conflitto, l'esplosione del tessuto sociale. In un contesto di crisi economica e rivolgimento sociale, torna l'esigenza di rappresentarsi il conflitto nelle sue forme più crude, quelle esautorate da un linguaggio politico autoreferenziale e isterico. Un linguaggio tanto più sterile se paragonato all'entità dei mutamenti in atto e alla gravità della situazione, potenzialmente esplosiva come hanno sottolineato il risorgere di gruppi armati politicizzati, gli omicidi di d'Antona e Biagi, l'uccisione di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova e il proliferare di politiche di controllo sociale spacciate per sicurezza. Un’altra volta criminalità comune e politica tornano a confondersi, un’altra volta il sangue bagna le strade italiane (decine di manifestazioni no global in tutto il mondo e l’unico morto in Italia). Torna l'incubo degli anni Settanta, un capitolo della storia italiana troppo presto rimosso.








sabato 10 dicembre 2022

DA OGGI CI VEDREMO QUI


Era da tempo che ci pensavo, ma l'ultimo blocco che Facebook mi ha imposto - per un commento di due righe nel quale non compariva neanche l'ombra di un termine volgare o offensivo - mi ha fatto finalmente decidere. Non userò più questo social. Mi ha annoiato, ma soprattutto mi infastidisce. Già anni addietro mi ero preso una più che salubre pausa di circa due anni. Ora la misura è davvero colma.

Sulle ragioni della noia non mi soffermerò, perché sono del tutto personali e io sono uno che si annoia facilmente. Ma su quelle del fastidio, invece, sì, mi soffermerò e ci ragionerò anche. Perché l'apparente assurdità che mi suscita fastidio, da un punto di vista razionale è il mandante di quanto avviene in termini di controllo su questo social. E siccome verum quia absurdum, sul tipo di controllo che serpeggia in e ormai anima Facebook, mi riservo di tornarci su.

Sono incerto se chiudere definitivamente il mio profilo, dopo averlo reso visibile solo a me stesso per il tempo utile a scaricarmi immagini e testi che mi interessano e che non voglio disperdere, o lasciarlo andare alla deriva.

Probabilmente lascerò solo un post, con le indicazioni per trovare questo blog sul quale continuerò a scrivere le mie riflessioni, le mie sciocchezze, i testi che mi piace scrivere. Potendo felicemente disinteressarmi del fatto che questi rispettino o meno i cosiddetti "standard della community", un'espressione che nell'uso greve e mistificatorio di termini anglosassoni nasconde sic et simpliciter una censura dinamica, un controllo delle possibilità stesse di espressione, spacciato per rispetto e correttezza.

Ecco perché lascio Facebook: perché a me piace scrivere, e qui sul mio blog potrò scrivere quello che desidero, nel modo che desidero, con le parole che desidero, senza delatori, censure, controlli e quell'asfissiante atmosfera di "libertà e democrazia" che impera in Facebook, quel clima opprimente di controllo, di sospensioni, di odio a briglia sciolta, di pregiudizi e ignoranza spacciati per correttezza culturale.

A chi piace leggermi, lo farà qui, dove potrà commentare, darmi indicazioni, segnalarmi incontri, libri, film, serie, quello che desidera, anche criticarmi pesantemente. Anzi, lascerò a chi vuole seguirmi la mia email e periodicamente pubblicherò i testi di chi vorrà collaborare al blog. Perché «le parole sono azioni», diceva Ludwig Wittgenstein, e mai come oggi questo vuol dire scegliere, schierarsi, decidere, avere il coraggio intellettuale di prendere posizione. Fosse pure sul come dimostrare vicinanza, apprezzamento, amicizia, volontà di interloquire.

Me ne vado da Facebook non perché sia contro la tecnologia e l'evoluzione dei media - evoluzione che però, badate bene, non vuole dire affatto progresso, un'idea essa stessa balorda e foriera di distruzioni e pregiudizi - o perché sia animato da un deprecabile e nel mio caso improbabile "luddismo informativo", no. Semmai lascio questo social proprio perché trovo che sia ormai più che vecchio e che a fronte di potenzialità tecnologiche enormi, l'uso che ne viene fatto da parte di chi lo gestisce, sia tristemente simile al controllo dei vecchi e tradizionali mezzi di comunicazione di massa.

Abitare il mondo è l'imperativo etico, scientifico e politico di chiunque sia un utopista. Ma abitarlo dentro una gabbia predisposta per dare l'illusione di essere liberi, no. La scelta, allora, deve essere quella di mostrare che il mondo non finisce nel perimetro della gabbia, ma continua anche fuori.

Questo dunque non è per niente un addio. Chi vuole può rimanere in contatto con me, e viceversa io rimarrò in contatto con le persone con le quali desidero continuare ad avere uno scambio. Bisogna vincere l'inerzia delle abitudini, la facilità del ditino sullo shcermo dello smartphone, e sostituirli con l'impegno di ricercare una condivisione, di offrire e usufruire di informazione in modo il meno controllato possibile.

Viviamo sommersi di informazioni, immersi spesso a forza in una corrente potentissima, intensa e percettivamente totalizzante di stimoli. Mi piace pensare che però rimaniamo comunque capaci di scegliere in che modo abitare questo ambiente, e su questo insisto perché sono contrario a qualsiasi determinismo tecnologico. Io ho deciso di abitarlo fuori dal fiume fangoso di Facebook, cercando di spostarmi in un'ansa in cui l'informazione fluisce in modo diverso, in cui le correnti non travolgono tutto con valanghe di materiali, spesso veri e propri smottamenti psico-sociali, di dimensioni enormi, sversamenti di frustrazioni, di odio, lo spurgo della frustrazione sociale. Un'ansa dove come organismo che abita questo ambiente, mi sento decisamente più a mio agio.